Da Brescia agli Usa e ritorno, il prof. Notarangelo: «La ricerca cura»

Brescia? «In verità non l’ho mai lasciata: professionalmente mi ha dato tanto e una volta l’anno ci torno volentieri». Dall’altra parte dell’Atlantico, dove oggi dirige la Sezione di genetica dell’immunodeficienza dell’Istituto per le Malattie infettive del National Institutes of Health (Nih) di Bethesda, nel Maryland, il professor Luigi Daniele Notarangelo parla della nostra città come di una tappa mai archiviata, ma diventata parte del suo percorso scientifico e umano. Tra il 2000 e il 2006 ha guidato il Dipartimento pediatrico dell’ospedale Civile, contribuendo a consolidare una tradizione di ricerca che proprio a Brescia ha trovato terreno fertile.
Un legame che si rinnova venerdì 13 marzo, quando tornerà in città su invito della Fondazione Beretta per un convegno dedicato ai progressi nello studio dei difetti congeniti del sistema immunitario: un campo che corre veloce e che sta cambiando anche l’approccio terapeutico ai tumori.
Malattie rare
I numeri raccontano meglio di ogni altra cosa la portata della rivoluzione: «All’inizio degli anni Novanta - ricorda - si conoscevano meno di dieci di questi difetti; nel 2010 eravamo sotto i 200; oggi siamo tra i 500 e i 600». Un’accelerazione impressionante, resa possibile dallo sviluppo delle tecniche di analisi genetica e dal progressivo abbattimento dei costi. «La ricerca - prosegue - ha compiuto passi enormi. E Brescia in questo ha avuto un ruolo importantissimo, sia con me sia prima e dopo di me».
Non è soltanto, però, una questione di statistiche. Dietro quei numeri c’è la possibilità di diagnosi sempre più precoci e precise, ma anche l’apertura di nuove strade terapeutiche, comprese quelle che sfruttano lo studio del sistema immunitario per combattere il cancro. E nel racconto del professor Notarangelo c’è l’orgoglio di una scuola bresciana che ha saputo guardare lontano.
L’incontro all’Università di Brescia
Il ritorno in città sarà dunque più di una conferenza: sarà l’occasione per misurare quanta strada è stata fatta e quanta ancora se ne può fare. L’appuntamento - patrocinato da Università degli Studi di Brescia e Asst Spedali Civili - sarà alle 9 nell’aula magna di Medicina di viale Europa 11. L’auspicio della Fondazione è che possa partecipare il maggior numero di persone possibile. Introdotto da Pietro Gussalli Beretta, presidente della Fondazione Beretta, il convegno verrà moderato dal prof. Giuseppe Curigliano, professore ordinario di Oncologia medica dell’Università Statale di Milano e direttore della Divisione Clinica Sviluppo Precoce di Farmaci dell’Istituto Europeo di Oncologia.
Durante la mattinata dei lavori sarà assegnato per la quinta volta il Premio Fondazione Beretta rivolto a giovani ricercatori per la miglior pubblicazione edita nel 2025 sul tema «Dna tumorale circolare nella diagnosi e nel monitoraggio del trattamento neoplastico».
Brillante carriera
Luigi Daniele Notarangelo - ricordiamo - si è laureato nel 1980 in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia. Dopo avere conseguito la Specializzazione in Pediatria (cui hanno fatto seguito quelle in Allergologia e Immunologia Clinica e in Citogenetica Umana), nel 1986 si è trasferito all’Università di Brescia dove nel 1996 è divenuto professore ordinario di Pediatria. Dal 2000 al 2006 ha ricoperto la carica di direttore del Dipartimento pediatrico al Civile. Dal 2006 al 2016 è stato professore di Pediatria al Boston Children’s Hospital. Nel 2017 si è trasferito all’Istituto nazionale per le Allergie e la Malattie Infettive del National Institutes of Health di Bethesda, dove è il responsabile della Sezione Genetica dell’Immunodeficienza.
Risultati concreti
A Brescia il professor Notarangelo porterà risultati concreti. Non solo teoria, ma ricadute dirette sui pazienti. «La ricerca sui difetti congeniti del sistema immunitario – spiega – consente diagnosi precise, trattamenti mirati e quindi più efficaci. Tutto questo si traduce in un aumento della sopravvivenza e in un miglioramento della qualità della vita». Nel dettaglio, lo studio dei difetti genetici permette di comprendere i meccanismi di protezione contro i tumori legati a infezioni virali, come quelli provocati dal Papillomavirus. «Analizzando il difetto genetico - aggiunge - riusciamo a capire perché il sistema immunitario non funziona come dovrebbe. In casi specifici abbiamo individuato l’alterazione, l’abbiamo corretta con il trapianto di midollo osseo e siamo riusciti a guarire il paziente».
Il virus di Epstein-Barr
Tra gli esempi che illustrerà c’è quello legato al virus di Epstein-Barr, responsabile della mononucleosi. «In generale il virus persiste nell’organismo, ma viene tenuto sotto controllo dal sistema immunitario. Esistono però situazioni in cui difetti immunitari aumentano il rischio di sviluppare linfomi». Uno studio condotto su un gruppo di pazienti ha consentito di individuare il meccanismo alla base di questo rischio: un’iperattivazione dei linfociti B. «Abbiamo identificato il difetto – precisa – e sviluppato un farmaco capace di inibire la molecola che li attiva, riducendo così il pericolo di tumori». Un percorso che mostra come dalla genetica possano nascere terapie su misura, in grado non solo di spiegare la malattia, ma di intervenire in modo selettivo sui suoi meccanismi più profondi.
Nuovi screening
Un passo decisivo, in questa direzione, è stato compiuto anche in Lombardia. Da quest’anno lo screening neonatale si è arricchito del test per l’immunodeficienza combinata grave (Scid). «È un risultato importantissimo - sottolinea - e affinché funzioni serve un’organizzazione territoriale attenta e ben strutturata».
La diagnosi precoce fa la differenza: «Il test consente di intervenire prima della comparsa dei sintomi, quando il bambino è ancora clinicamente sano, e di ottenere risultati nettamente migliori». L’auspicio è che l’esperienza lombarda diventi modello nazionale. «Il test è già attivo anche in altre regioni, ma – conclude il professore - mi auguro che venga esteso a tutta Italia. E mi auguro che si possa lavorare sempre di più sulla condivisione dei dati, perché solo mettendo in rete le informazioni si accelera davvero la ricerca e si migliorano le cure».
Ancora una volta, il filo conduttore è lo stesso: anticipare la malattia, comprenderne i meccanismi genetici e trasformare la conoscenza in terapie tempestive e mirate.
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