Dolore cronico, la malattia invisibile che cambia la vita

Il dottor Pietro Sebastiano dell’Istituto clinico Città di Brescia illustra sintomi, terapie e rischi di una condizione che interessa cento milioni di persone in Europa
Il dottor Pietro Sebastiano, responsabile del reparto di Anestesia e Rianimazione all’Istituto Clinico Città di Brescia
Il dottor Pietro Sebastiano, responsabile del reparto di Anestesia e Rianimazione all’Istituto Clinico Città di Brescia
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Una presenza costante, silenziosa, che si insinua nelle giornate e ne condiziona ogni aspetto: il lavoro, il sonno, le relazioni, perfino l’umore. Il dolore cronico è una condizione che cambia la vita. È molto diffuso, ma non si vede e, anche per questo, spesso rischia di essere sottovalutato, talvolta banalizzato. Eppure è una malattia nella malattia, che merita ascolto, diagnosi e cure appropriate. Ne abbiamo parlato con il dottor Pietro Sebastiano, responsabile del reparto di Anestesia e Rianimazione - Blocco operatorio all’Istituto Clinico Città di Brescia.

Dottor Sebastiano, cos’è il dolore?

Il dolore è un elemento fondamentale dell’esperienza umana. Non a caso è il primo motivo per cui ci si rivolge a un medico. John J. Bonica, anestesista italo-americano e pioniere della terapia del dolore, lo definì «la più complessa tra le esperienze umane». Dopo aver letto il suo volume «Management of Pain», Giovanni Paolo II gli scrisse: «Il lavoro che stai compiendo è immensamente importante per il bene dell’umanità, perché cerchi il sempre più importante contenimento del dolore fisico, dell’oppressione mentale e spirituale che spesso il dolore fisico porta con sé». Parole che sottolineano come il dolore sia un’esperienza insieme sensoriale ed emotiva, associata a un danno dei tessuti ma non riducibile al solo stimolo fisico. È anche uno stato psicologico, che non può essere spiegato soltanto in termini oggettivi.

Quando il dolore diventa cronico? Come si distingue dal dolore acuto?

Il dolore è, di per sé, un sintomo. Si definisce cronico quando persiste per oltre tre mesi, il tempo medio necessario all’organismo per guarire da una lesione. Quando supera questa soglia perde progressivamente la sua funzione di campanello d’allarme e si trasforma in una patologia autonoma. In questo passaggio sta la differenza con il dolore acuto: il primo segnala un problema e tende a risolversi con la guarigione, il secondo si cronicizza e finisce per incidere in modo profondo sulla qualità della vita.

Quante persone ne soffrono oggi e quali sono le cause più frequenti?

Il dolore cronico interessa tra il 25% e il 30% della popolazione mondiale e coinvolge circa cento milioni di persone in Europa. La sua incidenza aumenta con l’età, è più frequente tra le donne e colpisce maggiormente chi vive in condizioni socioeconomiche svantaggiate. Le cause sono molteplici. Può essere legato a patologie reumatologiche, agli esiti di interventi chirurgici, ad artrosi e artrite, a lesioni dei legamenti o a malattie come il diabete. In altri casi è la conseguenza di danni ai nervi o di processi infiammatori persistenti. Si manifesta in forme diverse: può essere un dolore sordo e continuo, intenso e ben localizzato; può avere caratteristiche pulsanti, come un martellamento, oppure presentarsi con sensazioni improvvise simili a scosse elettriche.

Il dolore cronico condiziona ogni aspetto della vita
Il dolore cronico condiziona ogni aspetto della vita

Il dolore cronico è ancora sottovalutato? Quali sono le conseguenze sulla qualità della vita dei pazienti?

Il dolore cronico, ancora oggi, non sempre viene compreso fino in fondo. Richiede tempo e ascolto. Una prima visita può durare anche più di un’ora, perché oltre all’aspetto clinico occorre considerare la componente soggettiva: è necessario conoscere la storia del paziente, le sue condizioni psicologiche, il contesto familiare e sociale in cui vive. Chi soffre di dolore cronico presenta un rischio di depressione fino a cinque volte superiore rispetto alla popolazione generale. Possono comparire disturbi d’ansia, stanchezza persistente, insonnia, irritabilità. Sintomi che si alimentano a vicenda e che finiscono per compromettere in modo significativo la qualità della vita, incidendo sulle relazioni, sull’attività lavorativa e sull’autonomia.

Quali terapie sono oggi disponibili per il trattamento del dolore cronico?

Le terapie oggi disponibili sono diverse e vanno calibrate sul singolo paziente. Si parte dalla terapia farmacologica, che può prevedere analgesici e, in alcuni casi, l’impiego di antidepressivi o di farmaci e integratori con azione protettiva sul sistema nervoso. Accanto ai farmaci è fondamentale intervenire sugli aspetti psicologici e comportamentali. Il dolore cronico non è soltanto un fenomeno fisico: un percorso che includa supporto psicologico, educazione alla gestione del dolore e strategie per migliorare lo stile di vita può fare la differenza. In casi selezionati si ricorre anche a procedure mini-invasive, come la laserterapia, la nucleoplastica o l’utilizzo di cateteri a radiofrequenza. Tecniche che consentono di intervenire in modo mirato sulle strutture responsabili del dolore, con tempi di recupero generalmente contenuti.

Quando una persona che convive con il dolore cronico dovrebbe rivolgersi a uno specialista?

È opportuno rivolgersi a uno specialista quando il dolore persiste oltre tre mesi dall’esordio. Se alla sofferenza fisica si associano ansia, irritabilità, difficoltà a dormire o un peggioramento della qualità della vita, è il momento di non rimandare. Il primo passo è parlarne con il medico di famiglia, che conosce la storia clinica del paziente e può orientare verso un percorso adeguato. Insieme si può valutare l’invio a un algologo, lo specialista nella diagnosi e nel trattamento del dolore, per impostare una presa in carico mirata e multidisciplinare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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