Nei No al referendum sulla giustizia un messaggio al governo Meloni

Se si guarda alla mappa elettorale del Paese si evince che le bocciature sono venute più copiose dalle aree che per ragioni sociali o per orientamenti politici sono avverse all?Esecutivo in carica
La premier Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Al tempo della Prima Repubblica, le oscillazioni elettorali erano contenute. Dell’ordine dell’1,2,3%. Non c’era da scervellarsi per trovare le ragioni di quei piccoli cambiamenti. Con la Seconda Repubblica tutto è cambiato.

Le oscillazioni sono diventate onde anomale che travolgono i precedenti equilibri politici. Il fenomeno si è col tempo amplificato. Tre esempi. La Lega di Salvini. Dopo i primi risultati modesti, è balzata al 17,35% alle politiche del 2018 e al 34,26% alle europee del 2019. I Cinquestelle. Alla prima prova elettorale del 2013 toccano la stratosferica vetta del 25%, per poi superarsi con il 32% nel 2018. Con Fratelli d’Italia, un’altra inaspettata straordinaria performance. Di colpo, dopo una partenza in sordina (un modestissimo 2%) passano nel 2022 al 26%.

La sorpresa è diventata la regola. L’elettorato è diventato mobile. Diventa difficile fare previsioni. Dovrebbe essere non meno difficile individuare, a botta calda, le ragioni di eventuali sommovimenti elettorali. Scatta invece puntualmente una gara a chi è più capace nel decifrare il comportamento degli elettori. È un gioco facile. Poiché il giorno dopo il voto nessuno dispone di prove inoppugnabili per sostenere la propria diagnosi; ognuno si sente libero di indicare le motivazioni del comportamento degli elettori. Basta che l’affermazione risulti plausibile e il gioco è fatto.

Probabilmente, ciascuna delle ragioni del voto, avanzate in questi giorni, ha un fondamento. Il problema è individuare quali di esse abbia avuto un peso determinante. Qui casca l’asino. A spostare la bilancia a favore del No, di sicuro deve aver influito, il pasticcio fatto dal sottosegretario Delmastro con la sua bisteccheria, aperta con la figlia diciottenne di un padre impresentabile, implicato in affari di mafia. Non di meno, deve aver avuto un notevole peso la fratellanza di Meloni con Trump. Lo sfascia-ordine mondiale, l’artefice delle guerre daziarie, l’aspirante autocrate, lo spregiatore dei valori della democrazia liberale. E ancora: il costo fuori controllo della benzina, gli stipendi svalutati dall’inflazione, e chi ne ha più ne metta.

È plausibile che siano molteplici le cause del terremoto elettorale consumatosi. Chi può dire, però, quale sia stata quella determinante. In molti hanno indicato, quale bussola dell’orientamento elettorale dei fautori del No, il cosiddetto patriottismo costituzionale, ossia la difesa ad oltranza dei valori e dello stesso dettato della nostra costituzione. A chi scrive pare una spiegazione poco plausibile. Basta guardare la mappa geografica del voto. È possibile che l’elettorato del Sud, non partecipe come il Nord della lotta di liberazione, sia oggi il campione nazionale della difesa dei valori della Costituzione, nata appunto dalla Resistenza? Parimenti, si resta assai dubbiosi ad attribuire un peso determinante all’avversione nutrita dall’elettorato ad un quesito ostico anche per un esperto di diritto.

In attesa di studi analitici, che forniscano dati probanti, forse aiuta di più ad individuare le motivazioni del voto rivolgere uno sguardo retrospettivo ai precedenti referendum svolti su modifiche costituzionali o istituzionali. Nel 1991 e nel 1993 si è votato per modificare il meccanismo elettorale voluto dai partiti di centro. Nel 2006 e 2016 per le riforme costituzionali introdotte, la prima da Berlusconi, la seconda da Renzi. Puntualmente sono stati tutti bocciati, fossero state le leggi approvate da governi di destra, di sinistra o di centro.

Ora, se si guarda alla mappa elettorale del Paese si evince che le bocciature sono venute più copiose dalle aree che per ragioni sociali o per orientamenti politici sono avverse al governo in carica. Il quesito sottoposto al voto è stato regolarmente sopravanzato dalla volontà dell’elettorato di mandare all’esecutivo un segnale di convinta insoddisfazione per le condizioni sociali del paese e/o per esprimere una generica protesta al governo in carica. I referendum da lungo tempo (almeno a partire da quello sul finanziamento pubblico dei partiti) sono stati l’arena ideale in cui ha potuto esercitarsi l’antipolitica. Si dice che in America l’elettore, alla fine dei conti, voti col portafoglio. Difficile che gli italiani votino (solo) con la costituzione in mano.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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