La vittoria del «no» è un segnale che interroga la politica

Stavolta un vincitore c’è, ed è il No. Lo sono, ovvio, anche quanti l’hanno sostenuto, ma si tratta di una vittoria che non consente letture estensive dell’esito del voto. La mobilitazione ampia e in parte inattesa – difficilmente replicabile a Politiche o Amministrative, o su altri quesiti referendari – segnala piuttosto un fenomeno che eccede l’immediato quadro politico. Per comprenderlo, occorre intercettare un immaginario politico-culturale profondo, da tempo carsico, che attraversa il Paese.
La vittoria del no, infatti, non è riconducibile a una causa unica. Siamo di fronte a un intreccio di fattori, molti dei quali già individuati nelle prime analisi. Tra questi, emerge con particolare evidenza la persistenza di una diffusa consapevolezza del valore della Carta costituzionale, percepita non solo come architettura istituzionale, ma come riferimento anche emotivo in un contesto che ci appare ormai un insieme di macerie, materiali e simboliche. Decenni di «orgoglio costituzionale» non sono trascorsi invano: non è semplice, per nessun attore politico, proporre modifiche incisive a un sistema di garanzie che ha accompagnato lo sviluppo del Paese. L’esperienza della riforma del Titolo V – spesso evocata come esempio di intervento affrettato – ha finito per sedimentarsi come un anticorpo culturale, rafforzando la diffidenza verso l’idea che ogni cambiamento coincida automaticamente con modernizzazione.
A questo si è aggiunto un secondo elemento rilevante: il malcontento nei confronti dell’azione di governo. Dalla discussa «special relationship» con Trump, figura impegnata a disintegrare il «mondo di ieri» per imporre un futuro di distopica e violenta prepotenza, fino alla percezione di un peggioramento delle condizioni economiche e sociali, diversi fattori hanno contribuito a orientare una parte dell’elettorato verso il voto «contro» la leadership di Fratelli d’Italia e che ha inciso, in modo più o meno diretto, sulle scelte di voto.
Non meno rilevante è stata la debolezza della campagna a sostegno del sì. Le performance comunicative della cerchia più stretta del governo si sono rivelate fin dall’inizio inadeguate rispetto alla delicatezza del tema: presentare una riforma di tale portata come un mero intervento «tecnico» di riequilibrio dei poteri, privo di implicazioni politiche, si è rivelato poco credibile. L’equivoca vicenda Delmastro ha ulteriormente incrinato questa narrazione, offrendo ai sostenitori del no l’argomento per ricondurre la riforma a un disegno politico volto a indebolire la magistratura e costringendo Giorgia Meloni a chiederne le dimissioni da sottosegretario.
Per capire la considerevole affluenza alle urne e la evidente batosta subita dal sì, bisogna dunque tenere conto dell’istintivo riflesso «difensivo» che scatta nell’opinione pubblica ogniqualvolta la classe politica, a prescindere dalla collocazione ideologica, appare intenzionata a rafforzare se stessa o a ridimensionare i poteri di controllo. Se la stagione di Mani pulite appartiene ormai al passato, non si è dissolta l’idea di una politica come spazio di privilegi e opacità, percepita come luogo abitato da una «casta» sostanzialmente impermeabile alle differenze ideologiche. Nella vittoria del no convivono quindi due registri distinti ma intrecciati: da un lato, la riaffermazione di un patrimonio costituzionale sentito come bene comune; dall’altro, una persistente sfiducia nei confronti della politica. È proprio in questa tensione – tra difesa delle istituzioni e diffidenza verso chi le governa – che si misura la portata reale del risultato: non un punto di arrivo, ma un segnale che interroga, insieme, la qualità del discorso pubblico e la capacità della politica di riconquistare credibilità.
Fulvio Cammarano, docente di Storia Contemporanea, Università di Bologna
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
