Il ventaglio cade proprio mentre Massimiliano Romeo spiega che la Lega deve cambiare. La signora in prima fila è talmente d’accordo che per applaudire servono entrambe le mani e, nel caldo appiccicoso della Cantina Zuliani di Padenghe, rinunciare per qualche secondo alla ventilazione è un gesto di militanza autentica. Intorno annuiscono in parecchi. Quando Romeo dice che la Lega si è «romanizzata», le teste oscillano veloci su e giù. Quando poi confessa «la Padania mi manca», parte l’applauso (non tornerà probabilmente la Padania, ma è già tornato possibile dire che manca).
La scusa ufficiale è la presentazione del libro «Fare la Lega. Agenda per il rinnovamento». Politicamente va in scena qualcosa di più interessante: la rivolta del Nord è ormai maggioranza nella stanza, ma non ha ancora deciso se vuole fare la rivoluzione. Anzi, a giudicare da qualche commento, Romeo rischia già di essere diventato il moderato dei ribelli. Salvini non c’è, ma nessuno rischia di dimenticarsene: a Padenghe l’assente occupa più spazio dei presenti. Quando il discorso arriva a lui, qualcuno dalla platea completa il ragionamento: «Eh, ma fa finta di non sentire».
Nessuna Versiliana in salsa bresciana, dunque. Là Romeo e Attilio Fontana avevano aperto il caso, nel Bresciano il processo è già alla fase successiva. La platea è pressoché tutta da quella parte: amministratori, militanti storici, giovani e una discreta porzione dello stato maggiore bresciano. Ci sono la segretaria provinciale Roberta Sisti, Simona Bordonali, Fabio Rolfi, Floriano Massardi, Michele Maggi, Massimo Tacconi, Renato Pasinetti. Massardi, consigliere regionale e uomo che difficilmente si lascia sorprendere da un eccesso di lirismo, si guarda attorno e sceglie la metafora più affettuosa disponibile: «Abbiamo risvegliato qualche morto». Per un partito che ha perso iscritti, sedi e feste, anche la resurrezione selettiva può diventare un indicatore politico.
Romeo, moderato dal giornalista Giuseppe Spatola, non somministra attenuanti. Fissa persino la data del peccato originale: Europee 2019, Lega al 34%. Fu allora, sostiene, che il partito si convinse che bastasse «il voto d’opinione sul leader» e cominciò a perdere ciò che lo aveva reso diverso: sezioni, categorie, amministratori, i bar dove appoggiare la Padania sul bancone e litigare per dimostrare che la Lega aveva ragione. Poi il voto d’opinione è evaporato e sotto il leader non c’era più abbastanza partito. Il 34%, insomma, fu il momento in cui la Lega cominciò a credere di non avere più bisogno di fare la Lega, l’attimo in cui si è «imborghesita».

La domanda, inevitabile, è se vada messo in discussione proprio il leader. «Penso che i tempi siano maturi». Romeo non ha propriamente il physique du rôle del regicida: persino quando spiega che il re può essere messo in discussione sembra preoccupato soprattutto che nessuno si faccia male durante la deposizione. A Salvini riconosce intelligenza, lavoro e meriti. Poi spiega che bisognava «sfatare il tabù per cui non si può dire nulla» e che al direttivo del 7 agosto la realtà gli è stata raccontata. Se il dibattito interno finisce comunque sui giornali, «pazienza». Dopo settimane passate a discutere se sia più grave la crisi della Lega o raccontare che la Lega è in crisi, almeno un dilemma pare risolto.
Non chiede le dimissioni del Capitano. Gli offre una via d’uscita: squadra, collegialità, governatori e amministratori riportati al centro. Una permanenza, diciamo, a sovranità limitata. Ma per salvare il posto archivia il sistema costruito attorno a quel posto: Salvini, nel progetto di Romeo, può insomma sopravvivere al salvinismo. Via il leaderismo, ritorno al federalismo; meno sovranismo, perché tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci «lo spazio politico non c’è»; meno propaganda e più territorio. Fino alla proposta: Lega Nord, Lega Centro e Lega Sud, autonome sui territori e riunite alle Politiche sotto un’unica insegna. Dopo trent’anni passati a tentare di federalizzare l’Italia, insomma, la Lega potrebbe accontentarsi per cominciare di federalizzare se stessa (è pur sempre un territorio più piccolo).
Scenario
La nostalgia, però, c’entra fino a un certo punto. Paolo Burlon, assessore al Bilancio a Prevalle, confessa che quei temi «possono sembrare un po’ vintage» e subito dopo racconta perché li considera attualissimi: un progetto da un milione e mezzo per rifare la scuola secondaria rimasto senza finanziamento, perché «i criteri dei bandi per le medie opere sostiene, penalizzano i Comuni settentrionali virtuosi». È la traduzione amministrativa del ritorno al Nord: meno ampolle del Po, più graduatorie.
Il guaio, per la Lega, è che a Brescia i militanti sembrano avere meno pazienza dei dirigenti. «Tanta gente non si arrabbia neanche più», dice Romeo: semplicemente non rinnova la tessera e smette di votare Lega. Le feste lombarde sono ormai dodici o tredici e per convincere qualcuno a rinnovare bisogna quasi andare «casa per casa» a supplicarlo. Il coordinatore dei giovani bresciani Alessandro Ceretti ha il pregio dell’innocenza lessicale: Salvini è «formalmente» il segretario, mentre sotto c’è «tutto un movimento» che prova a costruire una squadra. È difficile descrivere meglio un partito che non ha ancora cambiato guida ma ha già cominciato a cercare un altro modo di essere guidato.
La mossa sua e di Fontana, rivendica Romeo, ha restituito «un briciolo di vitalità e di speranza». Che a riaccendere la rivolta leghista sia stato anche Attilio Fontana, uomo al quale persino la parola rivolta sembra provocare un certo disagio, resta uno dei paradossi più riusciti di questa crisi. E rivela anche qualcosa: la scossa capace di rianimare il partito non è arrivata dalla sua guida, bensì dalla contestazione della sua linea.
Una voce controcorrente, in effetti, c’è. Una. Un militante bossiano rimprovera ai dirigenti di mettere i problemi «in piazza», prestando il fianco alla sinistra: essere leghisti significa essere fratelli. Sisti replica: «A forza di nascondere la polvere sotto il tappeto perdiamo terreno». Poi affonda: «La Lega non era di Bossi, non era di Maroni e domani non sarà neanche di Salvini: è dei leghisti». Fratelli sì, insomma, ma senza diritto ereditario.
Il fatto curioso è che c’è chi se ne va deluso per la ragione esattamente contraria: «Siamo comunque ancora troppo morbidi, la linea nazionale va contestata frontalmente», borbotta un militante, mentre altri rievocano la notte delle scope con la nostalgia con cui normalmente si ricordano certe imprese giovanili non del tutto ripetibili. Era il 2012 e Maroni spazzava simbolicamente via il vecchio gruppo dirigente bossiano. Quattordici anni dopo, a Padenghe, c’è chi considera evidentemente la collegialità uno strumento meno efficace di una buona ramazza.
Qualcun altro indica un crocchio poco distante e scherza sulle «spie»: «Le hanno mandate, ma sono dovuti andare a pescarle fuori Brescia». Gli sguardi convergono su Eugenio Zoffili, comasco e salviniano di provata fede, che nella Cantina Zuliani quella sera ha più o meno lo statuto diplomatico di un’ambasciata straniera. Il fronte bresciano del Capitano naturalmente esiste e ha nomi pesanti, da Davide Caparini a Paolo Formentini, Stefano Borghesi e Silvia Sardone (ormai camuna d’adozione). Ma a Padenghe non è la sua sera. Anche perché Romeo alza infine la posta. La Lombardia «deve restare alla Lega» e su questo racconta di essersi confrontato con toni accesi persino con la premier Meloni. Poi manda il messaggio decisivo a Salvini: Pontida potrà essere una giornata di «grande entusiasmo» se prima arriverà «un segnale reale di rinnovamento». Altrimenti resterà sacra, certo, ma riempirla sarà molto più difficile. Detto dal segretario della Lega Lombarda a tre settimane dal raduno, somiglia parecchio a una scadenza.
Per ora nessuno ha tirato fuori le scope. Romeo offre a Salvini una squadra, un cambio di linea e persino la possibilità di restare segretario: la rivoluzione lombarda, del resto, conserva un certo rispetto per le procedure. Ma Padenghe consegna al Capitano una notizia peggiore di una richiesta di dimissioni. Mentre lui decide se cambiare, la sua Lega ha già cominciato a decidere che cosa cambiare di lui.




