Il cielo della Versilia minaccia pioggia, dunque lo spirito di Umberto Bossi aleggia nella piccola sala che sembra una serra anziché sull’arena sotto i grandi pini dannunziani. Ma il nome che pesa su ogni frase, pur pronunciato col contagocce, è un altro: quello di Matteo Salvini. Perché la serata alla Versiliana di Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, attesa da settimane come il primo atto pubblico della contestazione interna al segretario, mantiene le promesse. Nessuno strappo formale, nessun annuncio di associazioni o correnti. Eppure quanto il segretario leghista lombardo e il presidente della Lombardia annunciano dal palco è, in sostanza, che la stagione del comando solitario è finita. E che loro hanno deciso di dirlo ad alta voce.
I timori
Ieri Salvini, dal ritiro trentino di Pinzolo, si diceva tranquillo e giurava che avrebbe continuato a fare fino al 2029 quanto fa da dieci anni – tenere unita la Lega nonostante le molte capriole di posizionamento – salvo aggiungere una distinzione che suonava come un avvertimento: unità sì, ma solo con chi vuole restare unito. Sul tavolo salviniano c’è anche la pistola carica della bozza di statuto elaborata da Roberto Calderoli, con il ritorno alle vecchie macroregioni e il rafforzamento del pugno duro del segretario sulle truppe. Lo scenario peggiore, evocato apertamente anche alla Versiliana, è però quello di una Lega che arrivi all’appuntamento del 20 settembre a Pontida dilaniata, con qualche epurazione già fatta e un pezzo importante del movimento del Nord che rema contro nell’imminenza delle politiche del 2027.

I valori
È dentro questa cornice che Romeo e Fontana scelgono di muoversi. E lo fanno partendo da lontano, dalla riscoperta dei valori del fondatore: meno Stato e più attenzione all’economia, fuori dai rigidi schieramenti del quadro politico. A pochi mesi dalla morte del Senatùr, la sua linea viene rilanciata partendo dall’assunto secondo il quale «Umberto non era di destra né di sinistra». È uno stop nettissimo alla collocazione attuale della Lega, che su ogni tema o quasi è più a destra di Fratelli d’Italia.
Romeo ripropone i fondamentali bossiani senza giri di parole: «La Lega deve tornare a fare la Lega. Deve occuparsi di territori, deve parlare alle imprese, deve stare con la gente. Noi portiamo proposte concrete come ci ha insegnato Bossi. Punto». E subito dopo arriva il passaggio più politico, quello che riguarda la governance: «Parlo dell’urgenza di avere una squadra allargata, che coinvolga Zaia e i governatori, che sono quelli che hanno più appeal nei territori». È la richiesta di cambiare il modo in cui il partito viene guidato, non solo la linea.
Territorio ed Europa
Fontana, da parte sua, incarna la Lega amministrativa che si sente messa ai margini. «C’è una volontà di tornare a essere la Lega nel Nord. Noi siamo territorio, concretezza, noi diamo risposte a sindacati, imprenditori, professionisti». E sull’Europa, un distinguo che rovescia il sovranismo salviniano: «Sono contrario a questa Europa perché io sono per l’Europa dei territori, non per quella degli Stati». Il punto di rottura con la linea del congresso di Firenze viene affrontato di petto. Romeo ricostruisce: un anno fa nessuno si mise contro Salvini perché c’era Vannacci vicesegretario, c’era una linea di destra, sovranista, identitaria, «ma c’erano molte mozioni che davano idee conseguenti alla nostra storia più vera».
Poi il giudizio che fa più male: «Se adesso continuiamo sulla strada di Firenze, rischiamo di diventare la brutta copia dei partiti di Meloni e di Vannacci». L’alternativa è rilanciare il federalismo, tornare vicini alle istanze della produzione, attualizzare le battaglie storiche: «Dobbiamo parlare di questi temi, non di immigrazione e di sicurezza». Fino al passaggio di Fontana che segna la distanza dalla Lega nazionale: «Sono d’accordo con chi dice che il Nord deve ritrovare una propria rappresentanza, che non è più incarnata nella Lega».

La Lega fontan-romeana dei territori torna a parlare di una quota più alta del gettito fiscale da trattenere in loco. Il governatore non risparmia nemmeno il governo di cui il suo partito fa parte: «Dateci la possibilità di gestire noi i nostri soldi». Romeo rincara: «Roma ci deve dare la possibilità di gestire le nostre risorse per gli ospedali, per le strade. Ci dobbiamo preoccupare non di quello che lo Stato deve fare di più, ma di quello che deve fare di meno: meno Stato, più imprese».
Dalla base
La legittimazione che i due rivendicano è quella della base. «Noi andiamo in giro e sentiamo le proteste e le proposte della base», dice Romeo. Fontana mette in guardia: «L’attuale lacerazione è ancora sanabile, ma se non si interviene si va verso la fine del nostro partito». E il capogruppo al Senato rovescia l’accusa che da Pinzolo viene rivolta ai dissidenti: «Noi siamo la soluzione alle lacerazioni nella Lega, non ne siamo la causa».
C’è spazio anche per il libro di Romeo, e per una confessione che suona come uno slogan: «Io sono a favore del ritorno al celodurismo. Lega di lotta, Lega di governo: Bossi era un uomo vicino al popolo, lui ci ha sempre detto che dovevamo restare attaccati al territorio. Io lo devo ammettere: ci siamo imborghesiti. Bisogna tornare a quei valori».
Verso Pontida
L’orizzonte, per entrambi, è Pontida. Fontana spera «di non arrivare a una frattura tra di noi come quella della notte delle scope del 2013», il regolamento di conti tra bossiani e maroniani che la Lega non ha mai dimenticato. «Noi abbiamo idee e progetti per evitarlo». E ancora: «Spero che si arrivi a Pontida con questi nostri punti affrontati e risolti». Romeo apre: «Siamo disponibili a trovare soluzioni prima di Pontida. Se la spinta di rinnovamento sale dalla base, al vertice devono tenerne conto». Poi la frase che racchiude la serata, con l’amico mai nominato ma riconoscibile da tutti: «Noi siamo quelli che avvertono l’amico che sta per sbattere la testa».

Che l’amico Salvini abbia ancora dalla sua la maggioranza del partito lo ricordano i numeri, quel 93 per cento di elettori leghisti che secondo un sondaggio diffuso ieri promuove la segreteria. E lo ricorda, a metà dell’incontro, la sala stessa. Dal fondo arrivano i contestatori della fronda Fontana-Romeo: urla, fischi, slogan ritmati. «Il capitano non si tocca!». «Un capitano, c’è solo un capitano!». Dicono che tra loro ci sia anche il fratello della compagna di Salvini, ma mancano conferme. Sul palco si va avanti, il messaggio è arrivato forte e chiaro: la Lega che esce dalla Versiliana è un partito in cui, per la prima volta dopo dieci anni, si grida in due direzioni opposte. E mancano poche settimane al pratone.



