Politica

L’ultimatum del Nord a Salvini: un mese e due opzioni per «farsi di lato»

Nelle oltre quattro ore di direttivo regionale della Lega, in almeno cinque interventi sono state chieste le dimissioni del segretario. Bergamo, Brescia e Varese – il cuore del vecchio impero padano – si sono mosse quasi in blocco
ll leader della Lega Matteo Salvini
ll leader della Lega Matteo Salvini

Matteo Salvini ha ancora alcuni giorni per riflettere. Non troppi. Il processo di via Bellerio si è chiuso con una specie di rinvio a dopo Ferragosto: il Capitano ha promesso ai «nordisti» si ritroveranno, loro gli hanno concesso tempo ma si aspettano che il faccia a faccia bis si consumi prima di Pontida (già in agenda il 20 settembre). «Abbiamo posto un problema e lui ci ha garantito che ci rifletterà. Ora ci aspettiamo qualcosa», dice Renato Pasinetti, sindaco di Travagliato, tra coloro che venerdì – al direttivo regionale – gli hanno chiesto con cortesia di farsi da parte. Il problema, però, nel frattempo è già cambiato. Non è più soltanto se Salvini debba lasciare. È come sostituirlo. O, soluzione assai più leghista, come lasciarlo dov’è facendo in pratica comandare qualcun altro.

Dopo il direttivo

Le oltre quattro ore di direttivo regionale sono servite almeno a sgombrare il campo da un equivoco: il malessere non è più mal di pancia. Su 31 interventi, una ventina sono stati critici e almeno cinque hanno invocato palesemente le dimissioni del segretario. Bergamo, Brescia e Varese, il cuore del vecchio impero padano, si sono mosse quasi in blocco. Daniele Belotti ha messo sul tavolo i numeri, dal 34% del 2019 al rischio (sempre più concreto stando ai sondaggi) di scivolare rovinosamente sotto il 5.

Persino Attilio Fontana, uno che difficilmente viene scambiato per Robespierre, ha scandito tre parole difficili da equivocare: Nord, rinnovamento, cambiamento. Non ha detto a Salvini di fare le valigie. Gli ha fatto capire che così, però, non si va avanti. La Lombardia, va ricordato, non è una corrente qualsiasi in casa Lega: la sua classe dirigente rappresenta, in sostanza, metà del peso complessivo del partito. Quando si muove così, non è più il borbottio di qualche nostalgico con Alberto da Giussano nel cuore.

A Brescia Michele Maggi, segretario cittadino, scansa anche l’ultimo rimasuglio di convenevoli: «Mi accodo alla richiesta di dimissioni per Salvini». Non è un dettaglio, specie perché nel frattempo in Lombardia prosegue la stagione congressuale: Brescia città dovrebbe scegliere tra settembre e ottobre; poi toccherà al provinciale (oggi alla regia c’è Roberta Sisti, non esattamente estranea alle «ragioni del Nord»), tra dicembre e i primi mesi del 2027.

La resa dei conti con il capo incoccia così nel ridisegno degli equilibri locali. E nelle chat dei militanti, i mugugni iniziali hanno ormai compiuto una piena metamorfosi in rabbia e frustrazione (sentimenti espressi con il garbo lessicale della Lega delle origini).

Lo strappo

Ma spodestare il Capitano è assai più complicato che contestarlo. Per aprire formalmente la partita federale servono 120 firme su circa 700 aventi diritto: tra loro ci sono deputati, senatori, membri degli organismi federali. Un piccolo capolavoro di ingegneria dell’autoconservazione: la sfiducia esiste, ma raccoglierla significa chiedere a molti di firmare contro colui che tiene in mano il loro futuro politico (lo statuto, evidentemente, conosce l’animo umano). E così la rivolta esiste, ma fatica a trasformarsi in sfiducia sfacciata.

L’assessore regionale Guido Guidesi non parafrasa il concetto: «Io credo che la situazione sia più grave rispetto a ciò che leggo sui giornali, io credo sia a rischio la sopravvivenza della Lega e mi baso non solo sui sondaggi ma anche sui dati del tesseramento e della presenza a eventi e assemblee. Nascondere questo vuol dire dare priorità alla composizione delle liste elettorali e non al futuro della comunità politica».

Salvini

Eppure il Capitano prima minimizza: «Abbiamo fatto il congresso l’anno scorso, non possiamo fare un congresso all’anno». Poi ostenta: «Chi si mette a disposizione con spirito costruttivo e non polemico è il benvenuto, spazio ce n’è perché saremo condannati a vincere anche l’anno prossimo. La stragrande maggioranza dei militanti, dei sindaci, degli amministratori e dei parlamentari sta lavorando per l’Italia e per la Lega».

Dissimula persino: «Il dibattito interno alla Lega mi stimola. Qualcuno che è dirigente pensi ai militanti che lavorano e costruiscono». Guidesi ribatte senza infingimenti: «Mi pare evidente ci si debba chiarire su tante cose: non si può dire “abbiamo fatto un congresso” e fingere che tutto vada bene. La cosa migliore sarebbe fermarsi, confrontarsi, capire quale possa essere la soluzione con la disponibilità di tutti all’azzeramento dei ruoli interni al partito partendo dall’alto sino alla sezione più piccola. Se vogliamo salvare la Lega tutti dobbiamo essere disponibili a questo, superando i personalismi».

Tra i favoriti per la successione c'è Luca Zaia
Tra i favoriti per la successione c'è Luca Zaia

La successione

Certo, resta l’elefante nella stanza: dopo Matteo, chi? Le strade attorno alle quali si ragiona sono almeno due. La prima prevede che sia Salvini stesso a governare la propria uscita. «Dovrebbe essere lui il padre nobile di questa operazione di cambio di leadership», spiega Pasinetti, riconoscendogli meriti e impegno ma chiedendogli «un passo di lato, anche contemplando un periodo di transizione».

Una reggenza potrebbe essere affidata a Fontana e al segretario lombardo Massimiliano Romeo, per traghettare il partito verso un nuovo leader. I nomi che circolano sono i soliti: Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Riccardo Molinari. Qualcosa di simile accadde dopo Bossi, con una differenza non proprio secondaria: allora il successore, Roberto Maroni, era già lì. Oggi abbondano i successibili.

La seconda strada è più complicata e forse proprio per questo più leghista. Un ritorno all’antico, al modello di Gianfranco Miglio: riorganizzare il partito su base macroregionale, con una guida politica del Nord, una del Centro e una del Sud, anche perché tentano tutti di non esplicitarlo, ma la vera partita sono le candidature per le Politiche, che andranno definite nell’arco dei prossimi otto mesi: non è un caso che la battaglia a viso aperto la stiano conducendo prevalentemente le seconde e terze file.

Ad ogni modo, in questa ipotesi di «nuova organizzazione», il Capitano potrebbe persino restare segretario federale, ma comanderebbe assai meno. È il paradosso della crisi leghista. Salvini aveva preso un partito settentrionale e lo aveva trasformato in una macchina nazionale capace di raccogliere un voto su tre. Ora, per salvare ciò che resta di quella macchina, qualcuno pensa di recuperare proprio un pezzo della Lega che il salvinismo aveva messo in secondo piano: il Nord. E il tempo stringe, anche perché fuori da via Bellerio cresce Roberto Vannacci, che adesso rischia di rosicchiare altri consensi a un partito già malconcio.

Per ora Salvini ha ottenuto ciò che in politica si concede a chi non si riesce ancora a sostituire: tempo. I lombardi gliel’hanno dato, ma con una data di scadenza: un mese, poi dovrà dire che cosa intende fare. E loro, finalmente, chi vorrebbero accanto a lui. O al suo posto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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