Passato, presente e futuro. Le elezioni di midterm e il trionfo dei democratici riscrivono il tempo, di ieri, di oggi e di domani, di un’America «che ha deciso di punire Donald Trump e di respingere le sue politiche – afferma Ferdinando Fasce, americanista e già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Genova –. È una prima reazione, con gli americani che si sono ripresi la loro democrazia».
Professore, partiamo dal presente. Quale significato attribuisce a questo voto?
Il primo elemento da prendere in considerazione è che non si sono verificati i temuti scontri paventati alla vigilia: si temeva la presenza dell’Ice ai seggi, una situazione simil-putiniana che però non c’è stata. Questo è un segno di democrazia. C’è poi da evidenziare come le campagne elettorali negative di Trump e dei repubblicani, tutte volte a screditare o attaccare gli avversari non abbiano avuto effetto anzi, si siano rivoltate contro i loro promotori. Esemplificativo il caso del Michigan, dove Abdulrahman Mohamed El-Sayed, definito jihadista dal presidente, è invece stato eletto e sarà il primo senatore musulmano degli Usa. Infine c’è il dato della partecipazione, con le elezioni di midterm tradizionalmente meno partecipate del voto per eleggere il presidente, ancora tutto da verificare. Se però i numeri dovessero essere confermati si potrebbe superare il 46% del 2022, grazie soprattutto al voto delle minoranze non bianche e dei giovani.

Diceva che è stato un voto contro le politiche di Trump. Quali in particolare gli aspetti sui quali è stato punito dagli elettori?
Innanzitutto c’è l’economia, perché come sempre gli americani come prima cosa si sono guardati in tasca e si sono trovati meno ricchi: «È l’economia, stupido!». Ci sono poi state prese di posizione forti contro la crescente corruzione e sulle politiche migratorie, a conferma di come l’idea che agenti dell’Ice vadano in giro impunemente per il Paese non piaccia agli americani.
Ragioniamo ora sul passato: quale il senso di questo voto di midterm se si guarda alla storia degli States?
C’è stata una rivincita della storia. Si prenda per esempio il Texas, che da 30 anni siamo stati abituati a vedere come uno Stato repubblicano: qui, dove il democratico James Talarico è stato eletto al Senato (e Gina Hinojosa è la prima donna latina a diventare governatrice, ndr), c’è una lunga tradizione populista nel senso storico del termine, e cioè una politica contro la corruzione e i grandi monopoli. Lo stesso dicasi per la Georgia. In Michigan invece l’errore è stato dimenticarsi che i musulmani sono presenti dagli anni ‘10 del ‘900, dove sono arrivati per lavorare nelle fabbriche Ford: aver accusato il loro esponente El-Sayed di essere un jihadista non è stata certo una mossa lungimirante.
Guardiamo ora al futuro.
È tutto da vedere, anche perché Trump, che ha mostrato un atteggiamento conciliatorio, ha voluto smarcarsi, forse perché sa di non potersi ricandidare e perché in questi anni ha guadagnato abbastanza. La sfida è soprattutto per il partito democratico, che deve essere in grado di trasformare il voto in una strategia nazionale che possa esprimere una candidatura valida per le presidenziali, cosa non scontata viste le divisioni interne.
E il partito repubblicano, come ne esce?
Per loro il problema è di più lungo periodo. Da Reagan in poi, i repubblicani hanno esercitato una relativa egemonia politica e culturale, fondata sul neoliberismo, su una particolare interpretazione del conservatorismo e sul richiamo ai valori tradizionali. Ma di fronte alle trasformazioni dell’ultimo quarto di secolo, dalla crisi finanziaria alle guerre, quel modello ha progressivamente perso la propria capacità di risposta. Il Partito repubblicano ha finito così per affidarsi mani e piedi a Trump. Dovranno ripensarsi e riarticolarsi.
Guardiamo infine fuori dai confini americani: cosa può cambiare per il mondo?
Bisogna capire come si modificherà la politica dell’America first, soprattutto sul fronte delle varie guerre e dei rapporti con l’Europa. Infatti i cordoni della borsa li ha in mano il congresso, cosa che potrebbe costringere Trump a un cambio di rotta, sebbene non si debba dimenticare che in capo a lui rimane il potere di veto. Non dobbiamo inoltre dimenticare che ha perso un possibile e potente alleato come Flavio Bolsonaro (sconfitto da Lula in Brasile, ndr) e che si è esposto enormemente con una politica estera difficilmente definibile. Gli stessi osservatori americani l’hanno catalogata come politica neoimperiale predatoria.




