La vittoria dei democratici va al di là di tutte le previsioni. Nel prossimo biennio, godranno di maggioranze ampissime sia alla Camera sia al Senato e vedranno inoltre consolidata la loro forza a livello statale, dove controllano un numero crescente di Governatorati e di assemblee legislative. Gli elettori premiano la loro capacità di rinnovarsi e di presentare candidature giovani e competenti. Più di tutto, però, sanzionano Trump e i repubblicani.
Ne rigettano il disegno autoritario, fondato sull’estremo accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo, sull’uso sistematico della violenza e sui numerosi sfregi alla costituzione. Ne puniscono la corruzione e i tanti conflitti d’interesse. Ne espongono le mancate promesse, su tutte quelle di non lanciare nuove guerre inutili o d’impegnarsi per ridurre il costo della vita e difendere il ceto medio.
È un chiaro rigetto di Trump, quello rappresentato da questo voto. Di Trump e di un trumpismo che, senza il Presidente sulla scheda elettorale, perde credibilità e appeal.
Ora si apre una fase complessa, nella quale allo scontro politico se ne aggiungerà uno istituzionale, tra Esecutivo e Legislativo, Presidenza e Congresso. Con un Presidente azzoppato e in scadenza naturale, di presidenza e di vita politica. Con un partito democratico che dovrà preservare una disciplina non facile né scontata, a maggior ragione con questi numeri. E con un partito repubblicano che dovrà finalmente avviare quell’affrancamento da Trump, e quell’uscita dal trumpismo, che non gli riuscì sei anni fa, dopo la sconfitta del 2020, ma che ora è vitale per sé stesso e per la stessa democrazia statunitense




