Opinioni

Una società con meno mani ha meno forza per aiutare

Secondo i dati del Censimento permanente delle istituzioni non profit in sei anni l’Italia ha perso oltre 900mila volontari
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Volontari mentre servono pasti
Volontari mentre servono pasti

Forse ci eravamo illusi. Avevamo creduto che il volontariato fosse la vera risposta alla crisi di partecipazione. E invece, anche la gratuita e generosa adesione a progetti sorti per iniziativa spontanea registra un calo preoccupante di seguaci. Il dato ufficiale lo rivela l’aggiornamento del Censimento permanente delle istituzioni non profit: in sei anni l’Italia ha perso oltre novecentomila volontari, nel 2015 erano 5 milioni e 520 mila e nel 2021 sono calati a 4 milioni e 616 mila.

Il picco del volontariato in Italia, secondo i dati dell’Istat, si è raggiunto dieci anni fa, nel 2016, quando ad impegnarsi gratuitamente in associazioni ed enti era oltre il 10 per cento della popolazione. Poi la discesa è stata costante e oggi non si intravvede alcuna inversione di rotta. Anche in questi giorni di ripresa dell’annata sociale, si registrano appelli per la raccolta di nuovi volontari. Spesso con scarsi risultati.

Le valutazioni sull’andamento del calo sono divergenti. Secondo alcuni osservatori sarebbe più contenuto. Prima dell’entrata in vigore del Runts, il registro unico del terzo settore, i conteggi probabilmente erano meno precisi e quindi ora si avrebbe un aggiustamento realistico dei dati. Ma non ci sono dubbi sulla tendenza del fenomeno. Lo ha sottolineato la stessa portavoce del Forum del Terzo settore, Vanessa Pelucchi, nell’affermare che mentre cresce il numero degli enti e dei dipendenti – 363mila gli enti, 870mila i dipendenti – diminuisce il numero delle persone disposte ad impegnarsi gratuitamente.

Ma per quali ragioni? La prima causa è legata alla crisi demografica: le nuove generazioni sono meno numerose di quelle delle annate del boom. Meno nascite, meno persone e quindi meno risorse umane cui attingere. In linea con l’andamento anagrafico anche un’altra delle cause del calo: l’allungamento dei tempi per andare in pensione. Autentica risorsa per il volontariato, fino a qualche anno fa, è stata la massa consistente di pensionati relativamente giovani e desiderosi di rendersi utili, una quota che è rapidamente andata diminuendo, con contraccolpi anche nel mondo dell’associazionismo.

Vi sono poi almeno due motivazioni di ordine tecnico. La prima è diretta conseguenza della riforma del Terzo settore, che si è prolungata per anni proprio per la difficoltà a riunificare in una sola normativa la variegata galassia del volontariato e che, alla fine, è andata ad appesantire con gabbie burocratiche quel mondo che faceva dell’iniziativa libera e spontanea la sua forza maggiore. Fra i vincoli nuovi, solo in parte dovuti alla riforma, va registrata anche la tendenza del volontariato a crescenti forme di specializzazione e professionalizzazione.

Meno spontaneità generosa e più formazione sono certamente necessarie per un volontariato responsabile e consapevole, impegnato in campi delicati e complessi, ma sono anche un ostacolo ulteriore per nuovi affiliati, spesso intimoriti dagli impegni richiesti. A modificare in radice il sistema sono però le mutazioni di mentalità e di atteggiamento. Il volontariato aveva avuto un grande slancio nella seconda metà del Novecento per una sorta di adesione di gruppo condivisa.

L’associazionismo cattolico, e in parte anche quello politico di sinistra, rispondeva collettivamente agli appelli per la cooperazione internazionale, gli aiuti ai poveri, l’assistenza ai bisognosi, la supplenza alle carenze dei servizi sociali, la promozione dello sport o della cultura popolari. Così non è più da tempo. Ci sono ancora le risposte generose e sorprendenti, ma nei casi di emergenza, oppure per mobilitazioni in favore di diritti civili, ecologia o pace.

Per adesioni a singoli progetti o per contingenze limitate nel tempo. Prevalgono le scelte individuali: si sta meno insieme, si fanno più cose per conto proprio. Secondo un ampio dibattito cresciuto nel mondo del volontariato, sono cambiati persino gli obiettivi dell’impegno. Si è passati da una visione sociale – aiuto chi ha bisogno – ad una visione personale – faccio un’esperienza che mi aiuti a migliorare – ponendo al centro se stessi e non gli altri o la comunità.

Quanto di questa nuova mentalità dipende dalla transizione tecnologica e dalla prevalenza dei social sull’associazionismo? Il quesito aprirebbe un capitolo vasto e complesso. Gli neuroscienziati che stanno monitorando il fenomeno registrano la nascita di un «Sé digitale» (non a caso questo è il titolo dell’ultimo saggio di Vittorio Gallese, il padre dei neuroni-specchio), che vive specchiandosi nei video dei device, maturando un modo tutto nuovo di stare nella vita.

Anche da questo nasce una diversa forma di volontariato «fai da te», individuale, episodico, temporaneo, discontinuo… Ecco l’illusione. Aveva prevalso l’idea che la partecipazione politica, ormai dissolta assieme all’aggregazione nei corpi sociali intermedi, fosse stata sostituita dal volontariato, come scelta concreta, fattiva, coinvolgente e diretta alla vita sociale. Oggi, invece, scopriamo che non è così.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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