Opinioni

Il terzo settore e il grande equivoco delle lobby

In Parlamento è in discussione una legge per rendere trasparenti i rapporti tra le pubbliche amministrazioni e chi rappresenta interessi particolari: ma il volontariato rientra in questo orizzonte?
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Del Terzo settore fanno parte enti non profit che svolgono attività di utilità sociale
Del Terzo settore fanno parte enti non profit che svolgono attività di utilità sociale

«Noi non facciamo lobbying». A dirlo è il Forum del Terzo settore, che ha presentato una nota alla Commissione Affari costituzionali del Senato affinché la galassia del non profit venga tolta dalla nuova legge sulle lobby.

Questione spinosa, quella delle lobby, che in Italia vengono guardate con sospetto, mentre in molti altri Paesi sono date per scontate, se non addirittura incoraggiate. Ma con regole precise. Finalmente anche da noi, ormai da mesi, è in cantiere una legge, approvata lo scorso fine gennaio alla Camera ed ora passata al Senato. Obiettivo: rendere trasparenti i rapporti fra le Pubbliche amministrazioni e chi rappresenta interessi particolari, di settore, e solitamente in grado di poter condizionare i cosiddetti «decisori pubblici». Giusto. Ma il volontariato rientra in questo orizzonte?

Il portavoce del Forum, Giancarlo Moretti, nega decisamente questo coinvolgimento. E a sostegno, porta alcune buone ragioni. La prima: è necessario distinguere lobbying da advocacy. Le lobby rappresentano interessi particolari, il volontariato opera invece per finalità ed interessi generali, di bene comune, advocacy, quindi, e non lobby.

Iscrivere il volontariato e il Terzo settore nel registro delle lobby sarebbe improprio, oltre a rappresentare un ingiustificato aggravio di burocrazia. Peraltro, il Codice del Terzo settore già prevede un ruolo di partecipazione con le pubbliche amministrazioni tramite la co-programmazione e la co-progettazione.

Una disciplina più rigida, come quella per le lobby, ostacolerebbe il dialogo associazioni-istituzioni, mentre il rapporto con le amministrazioni locali è parte ordinaria delle attività di associazioni, cooperative, organizzazioni di volontariato e fondazioni.

Per ragioni di finalità e costitutive il Terzo settore non vuole essere confuso con le lobby. La nuova legge italiana già viene giudicata blanda e con qualche lacuna, come, ad esempio, l’esclusione dalla lista di sindacati e associazioni imprenditoriali, o la mancanza dell’obbligo di rendere pubblica l’agenda degli incontri, sicché si è di fronte alla contraddizione che l’obbligo della trasparenza sarebbe previsto per le associazioni della società civile ma non per i decisori pubblici e la maggior parte delle aziende private.

La legge sulle lobby è passata in discussione al Senato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La legge sulle lobby è passata in discussione al Senato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Accanto a ragioni di principio vi sono anche ragioni di regole e burocrazia a muovere il Terzo settore. Ed è su regole e burocrazia che il mondo del volontariato e del sociale ha già problemi e preoccupazioni. In testa a questi la questione dei bandi competitivi, nati con le migliori intenzioni e man mano scivolati in derive macchinose.

Contestati non sono i bandi in sé ma come sono pensati, per dirla con Carola Carazzone, segretaria generale di Assifero, l’associazione italiana delle fondazioni. La logica dei bandi competitivi sta trasformando molte organizzazioni in macchine burocratiche che inseguono finanziamenti per sopravvivere.

Una recente rilevazione – il Rapporto Humentum – ha assodato che più della metà degli enti impegnati nel sociale senza i proventi che derivano dai progetti promossi attraverso i bandi resisterebbe meno di un mese. Significa che questi enti hanno un interesse vitale a sfornare progetti «vincenti» per andare avanti fino al bando successivo.

La logica dei bandi aveva all’origine un obiettivo «alto»: massima trasparenza e regole uguali per tutti. Ma nella realtà questa è diventata un’apparente neutralità, favorendo, invece, chi è già forte e un appiattimento dei progetti. Finanziare i progetti e non lo sviluppo organizzativo degli enti ha favorito la nascita di «progettifici».

Gli enti si adeguano alle logiche di chi emette i bandi e tutti impiegano una mole di tempo e di risorse per compilare gli stessi moduli (uguali per tutti, che mai entrano nella specificità delle singole organizzazioni), per produrre documenti e relazioni. Se questa è la logica, chi ha la capacità organizzativa per farlo la asseconda.

I «grandi» si sono attrezzati, e in fondo, non hanno interesse a che le cose cambino. Se da una parte è giustificato il timore di confusione e aggravio burocratico che potrebbe generare l’inserimento del Terzo settore nella legge della lobby, osservato da quest’ultimo punto di vista, non pare così bizzarra l’idea di collocare anche il Terzo settore nel recinto di chi fa lobbying. Ognuno per sé.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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