Due studenti bresciani su dieci sono stranieri. Troppi? Siamo franchi: l’argomento è spinoso, complesso e divisivo. Coinvolge direttamente ognuno di noi, suscita reazioni diverse, se non diametralmente opposte. Chiusi o aperti? Inclusivi o infastiditi? La questione va ben oltre le aule scolastiche, perché riguarda la nostra stessa visione della società e della convivenza civile. E troppo spesso viene presa in ostaggio dalle contrapposizioni politiche e ideologiche, in un contesto che già è fortemente frammentato, e in una stagione che vede crescere le polarizzazioni estreme.
Eppure i dati che presentiamo oggi dovrebbero permettere un ragionamento più profondo e serio, perché le cifre hanno una propria concretezza ineludibile. La realtà presenta il conto anche a chi non vorrebbe, a chi predica di voler spazzare via tutto subito con lo slogan della «remigrazione» e a chi al contrario si illude di sciogliere il nodo con la formula magica dell’integrazione. Non sarà facile e ci vorrà tempo.
Proviamo a dare qualche interpretazione ai dati raccolti. Iniziando col fare qualche distinzione. Dire che gli alunni stranieri sono il 19,2% degli iscritti alla scuola non significa stabilire il tetto raggiunto dalle ondate migratorie, perché queste sono assai più consistenti e lo dimostra la presenza nelle aule di ragazzi di seconda generazione, italiani all’anagrafe anche se figli di immigrati, che le statistiche ministeriali non registrano, ma che sono presenti. E presentano realtà assai differenti: c’è chi è talmente integrato da salire sul podio dei campionati mondiali con il tricolore al collo e chi si sente escluso, e con risentimento si arruola nelle bande delle periferie.
Tuttavia, l’andamento statistico fa comprendere come il fenomeno migratorio sia in crescita: il 13,3% alle superiori, il 21,2% alle medie, il 23,6% alle elementari. Non possiamo dirci meravigliati da questi numeri: sono lo specchio limpido dell’andamento demografico. In barba alle dichiarazioni di orgoglio identitario, e prendendo in prestito il loro linguaggio semplificatorio, dicono che «noi» non facciamo figli e «loro» li fanno, noi invecchiamo e loro sono giovani. È una parabola che dura da anni, senza alcuna inversione di tendenza all’orizzonte. Così come ormai da cinquant’anni dura il fenomeno migratorio: sono della metà degli anni ’70 del Novecento i primi «vù cumprà» nordafricani e pochi anni dopo gli extracomunitari affollano il «Residence Prealpino» di Bovezzo.
La forti differenze di alunni immigrati tra aree della provincia e fra i quartieri cittadini sono a loro volta specchio di un’altra situazione sociale ed economica: gli immigrati approdano dove c’è lavoro, dove possono trovare un’abitazione, dove già esiste una comunità di migrati precedenti che li possa sostenere. Nelle valli sono le imprese, nella Bassa sono le stalle. Proviamo anche a dire una cosa che potrà suonare sgradevole: la limitata presenza di alunni stranieri nelle scuole parificate o private è dovuta in buona parte alle rette, che un immigrato difficilmente può permettersi, e (di conseguenza?) al tentativo delle famiglie di sfuggire dalle classi delle scuole pubbliche già problematiche per la loro stessa composizione.
Questa è la realtà delle cifre. In un’interpretazione sui grandi numeri, che potrebbe essere ulteriormente sminuzzata in casi locali e in storie che risalgono nel tempo. Solo così si spiega la presenza delle diverse etnie a macchia di leopardo. Da questa realtà si deve partire se si vuole dipanare la matassa e non solo illudersi di tagliarne i nodi, che sarebbe impossibile. Di fronte ad una realtà tanto complessa si possono solo cercare alcuni punti fermi. Il primo è che non si può agire a suon di circolari. Che senso ha che il Ministero stabilisca un tetto di presenza di alunni stranieri se in alcune aree del Bresciano questo non è possibile. Che può fare un dirigente scolastico: respingere i bambini e i ragazzi che abitano lì? E dove li dovrebbe mandare? Che senso ha proporre esami di italiano per i genitori se non si finanziano corsi di alfabetizzazione per gli alunni?
L’altro punto fermo è che l’integrazione si costruisce sul multiculturalismo, ma non certo sulla confusione cedevole. Si cercano di conoscere le culture degli alunni presenti, ma con altrettanta convinzione si spiegano a quegli alunni le ragioni fondanti della nostra cultura, dei luoghi dove ora vivono. Certo, il mondo cambia e le relazioni lo fanno cambiare ancora di più, ma in un processo dove nessuno si senta respinto. Un terzo punto è la consapevolezza che le chiusure sorde sono il primo passo verso la creazione di una società di tribù in lotta. Ed ecco che si scivola nelle prospettive di fondo: che tipo di mondo immaginiamo per noi e per i nostri figli. La scuola è da sempre un laboratorio illuminante (qualche volta esplosivo) per il futuro. Investire su scuola, istruzione ed educazione è l’unica via possibile. L’immigrazione non si ferma sbarrando le porte delle aule.




