Dipendenza o esclusione: questa l’alternativa? C’è un divario generazionale nella rivoluzione tecnologica che va ben oltre le abilità tecniche e la frequentazione, e che segna una sorta di forte contraddizione, se non addirittura una deriva schizofrenica. Il fenomeno appare evidente, in questi giorni, mentre tutta l’attenzione è attirata dalla «questione» giovanile. Ancora di più dopo che Meta ha scelto di patteggiare un risarcimento da 18 miliardi di dollari per evitare un’altra condanna. I social, i rischi della Rete e i nostri figli, o nipoti, preadolescenti: questo preoccupa, accanto all’ossessione dei robot che ci sostituiranno, come quel che accade in Cina con i campionati tra umanoidi lascerebbe temere.
Vivace il dibattito dopo che la Francia ha approvato la legge che vieta l’uso delle piattaforme smartphone prima dei 15 anni, e dopo che la Corte costituzionale di Parigi prontamente ha bocciato la stessa legge ritenendola - letteralmente - «una violazione spropositata alla libertà di espressione». E dire che il presidente Macron l’aveva annunciata come una «questione di civiltà».
Vietare o regolare l’accesso dei minori alla parte più interattiva della Rete? Il dubbio ha risposte diverse ad ogni latitudine. L’Australia ha imposto il divieto al di sotto dei 16 anni, ma ora ci sta ripensando. La Spagna vuole rilanciare il divieto come la Francia. Mentre la Cina, sorprendentemente, stupisce tutti stabilendo una soglia a tempo: 40 minuti al giorno per i bambini con meno di otto anni, un’ora per i ragazzini fra gli 8 e i 12 anni.
Gli Stati Uniti hanno invece imboccato da tempo la strada dei tribunali. Dopo una sentenza che ha già fatto epoca, a Los Angeles, ecco un nuovo processo, a Oakland in California. Sotto accusa Meta, la company di Mark Zuckerberg già condannata per YouTube e ora alla sbarra per Facebook e Instagram. Le ragioni sono sempre le stesse: gli algoritmi delle sue piattaforme social sono stati scritti per creare dipendenza, per legare gli adolescenti al video degli smartphone, inoculando nelle loro vene la droga della connessione costante.
Today marks a historic agreement between Meta and 52 Attorneys General that provides sweeping new protections empowering parents and setting the standard for the industry. https://t.co/pSlZmRqX0K
— Meta (@Meta) August 26, 2026
Meta, con una mossa a sorpresa, però questa volta sfugge al giudizio, non ammette responsabilità, ma con i 47 Stati americani che le hanno fatto causa patteggia un risarcimento e nuove regole. La company verserà 18 miliardi di dollari in rate decennali. È tanto? Proprio no, visto che è solo l’equivalente d’un suo bilancio trimestrale. Intanto promette limiti all’uso dei social per i minori: blocco notturno per i più piccoli, orari ridotti per i più grandi, fermo sullo scrolling incessante, controllo sui messaggi più rischiosi. Insomma, un atteggiamento più responsabile.
Solo vaghi buoni propositi? Questione vitale. Anche perché gli strumenti delle nuove tecnologie ormai per noi sono come il pane quotidiano. Letteralmente, verrebbe da dire, guardando i risultati dell’ultima ricerca dell’Ufficio studi di Confcommercio sull’andamento dei consumi degli italiani. Anche nella spesa familiare sembra che prevalga l’attenzione per i telefonini più che per gli alimentari: la media sarebbe di 252 euro a testa l’anno.
Ma la nostra è una società più frammentata e contraddittoria di quanto si sospetti. Ed ecco un dato che ribalta la prospettiva: il 36% degli over 65 in Italia non entra mai in Rete. Non è connesso, non sa come fare. E non è poco per un Paese dove quella quota di popolazione è quasi un quarto del totale. I dati tratti dalle tabelle Istat dicono ancora di più: secondo l’ultimo rapporto cittadini-tecnologia, nel 2025 la popolazione fra i 16 e i 74 anni con competenze digitali di base raggiungeva «solo» il 54,3%. Almeno venti milioni di italiani sarebbero quindi esclusi dal progresso tecnologico. Solo il 63,9% di famiglie composte da persone con più di 65 anni ha in casa un accesso a internet. Verrebbe da pensare che molti abbiano lo smartphone in tasca solo per messaggi e social.
Intanto la realtà corre. Nel giro di pochissimi anni quasi tutti i servizi sanitari e previdenziali sono diventati online: dalle visite mediche alle ricette per medicinali, dagli esami specialistici all’uso del Fascicolo sanitario, dai cedolini ai moduli Inps. Una quota sostanziale delle operazioni bancarie e postali, ma anche del commercio e dei servizi, sono trasbordati dagli uffici ai device. Chiudono gli sportelli dedicati al pubblico, si moltiplicano le app. Anche per un drastico taglio dei costi. La transizione tecnologica corre molto più veloce dell’anagrafe. E non sarà comunque l’anagrafe a risolvere le discrepanze, che da generazionali diventeranno presto sociali. Ma questa sembra essere una contraddizione che preoccupa assai meno. Forse perché l’avanguardia tecnologica è sempre stata convinta che chi corre non debba preoccuparsi di chi resta indietro. Dipendenza o esclusione.




