La riforma elettorale prosegue il suo percorso, in attesa di arrivare all’esame delle assemblee di Camera e Senato. I partiti e i poli, tuttavia, si confrontano da tempo non solo sugli aspetti tecnici, ma soprattutto sui limiti di carattere costituzionale che il «Melonellum» potrebbe avere.
C’è, ovviamente, un problema di metodo alla base di tutto: la convinzione della maggioranza che quello in preparazione sia un piatto «quasi pronto», al quale aggiungere con l’accordo delle opposizioni qualche elemento di guarnizione, ma senza toccare l’impianto di base, il cuore della riforma. Poi c’è un’ambiguità di fondo: la Meloni sa benissimo di essere il capo della sua coalizione - per l’enorme sproporzione fra i voti del suo partito e quelli degli alleati messi insieme - e di essere il candidato a Palazzo Chigi anche dopo le prossime elezioni, in caso di vittoria. Perciò, perché codificare quello che a destra è già ampiamente accolto?
Forse per indurre Conte e la Schlein a ingaggiare una furibonda lotta per assicurarsi la candidatura alla presidenza del Consiglio, impegnando così il «campo largo» (già abbastanza fragilino, come si è visto a Venezia con la fuga a destra di metà dell’elettorato pentastellato) in uno scontro fratricida destinato a rovinare i rapporti fra i partiti, anziché a consolidarli? Ma questo è un discorso di tattica politica che riguarda, semmai, l’indicazione del candidato premier (che, secondo noi, non è poi tanto incostituzionale, perché ricorda la designazione del candidato presidente della regione nel 1995, prima della riforma costituzionale del Titolo V): non è giuridicamente vincolante, anche se politicamente lo è, come del resto lo è la prassi della Seconda Repubblica, in base alla quale si propone al Capo dello Stato il nome del leader della coalizione che vince le elezioni.
La mia intervista a Mattino Cinque. Buona giornata. pic.twitter.com/DYQ6O1Sopz
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) May 28, 2026
I nodi sono ben altri. Il primo, che sta per essere risolto, riguarda la possibilità per i cittadini di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige di concorrere all’assegnazione del premio di maggioranza. Poiché vince chi ha almeno il 42% dei voti e arriva primo, poniamo che il polo X conquisti il 42,6% in tutte le regioni tranne le due citate, contro il 42,4% del polo Y, ma che considerando tutte le regioni sia il polo Y, col 42,6% contro il 42,4% del polo X, a prevalere. Meglio evitare pasticci e includere tutte le regioni nella scelta relativa all’assegnazione del premio (di fatto: alla scelta non detta, ma sussurrata, del prossimo premier).
E ci sono tante questioni ancora non risolte: le liste e i listini per il premio (bloccati) che potrebbero essere sostituiti da collegi uninominali, come si faceva per l’elezione delle province (se un partito avesse avuto diritto a tre seggi, si sarebbero eletti i suoi candidati che nei collegi avevano avuto le maggiori percentuali). Sarebbe semplice, ma soprattutto l’elettore avrebbe un solo candidato per partito; quindi, potrebbe votare automaticamente la coalizione ma - in caso di scarso gradimento del prescelto per la sua parte politica - optare per un candidato uninominale di un partito appartenente allo stesso polo. Più semplice da farsi che da spiegare.
Inoltre, le liste sono lunghe, sono bloccate: tutte cose che vanno a scontrarsi con la giurisprudenza costituzionale. E poi il premio: va bene che non scatti se al Senato vince una coalizione e alla Camera un’altra (cosa non impossibile: i poli sono vicini e le schede sono due, una per ogni ramo del Parlamento, quindi non è detto che qualche elettore non divida fra le coalizioni le due scelte a disposizione) ma il problema è Palazzo Madama: la Costituzione dice che i senatori sono eletti «su base regionale».
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— Giuseppe Conte (@GiuseppeConteIT) May 29, 2026
E il premio, che è nazionale? Calderoli, al momento di escogitare il Porcellum nel 2005, aveva previsto premi nazionali in entrambe le Camere, ma il Quirinale gli ricordò che il sistema sarebbe andato a sbattere contro la Costituzione: così, i premi del Senato furono su base regionale e si arrivò a un vestito di Arlecchino che fra i senatori non fece prevalere nessun polo (Prodi ce la fece grazie ai senatori a vita). Mantenere il premio nazionale al Senato significa farsi smontare la legge dalla Consulta. Ne vale la pena? Il punto è che la Meloni potrebbe tenersi la legge attuale, rischiando il pareggio: questa è la vera preoccupazione. Meglio perdere e stare all’opposizione (sapendola fare, come FdI ha dimostrato) che finire in un calderone di governo di larghe intese Pd-Fdi-FI-Azione-Centristi di centrosinistra lasciando le praterie degli scontenti alle opposizioni verosimili di Lega, Futuro Nazionale, Ms5 e AVS.
La Meloni e la Schlein non vogliono finire in una palude nella quale nessuna di loro due andrebbe a Palazzo Chigi e dove i partiti più forti sarebbero cannoneggiati tutti i giorni dai populisti, perdendo una marea di voti. Quindi la premier vuole la nuova legge perchè sa di poter vincere o di poter perdere e che è quasi impossibile pareggiare. Quindi: leadership assicurata in ogni caso (idem per la Schlein o per Conte nel campo largo) e niente governi "a perdere" per stare allo stesso tavolo col "nemico" dell’altro polo.



