Legge elettorale, centrodestra al bivio tra riforma e Vannacci

In Parlamento procede, senza tanto clamore, la riforma della legge elettorale comunale, che abolisce il ballottaggio se il candidato più votato ottiene al primo turno almeno il 40%.
La norma deve seguire il suo iter, quindi non sarà applicabile per le Amministrative 2026 (che però riguardano poche città importanti, a parte Venezia). Il nuovo sistema avvantaggerebbe teoricamente il centrodestra, perché il «campo largo» è andato sovente diviso al primo turno (o almeno i centristi sono rimasti fuori) mentre la coalizione di maggioranza si presenta unita da subito (è questo il motivo per il quale al secondo turno vince il centrosinistra: perché nei Comuni più grandi ha più voti del centrodestra, e perché sono gli elettori dell’attuale opposizione a compattarsi per il ballottaggio, non necessariamente i partiti).
Sarebbe tutto perfetto, così come la ventilata riforma elettorale per Camera e Senato che seguirebbe più o meno la stessa linea, abolendo i collegi uninominali e dando il 55% dei seggi a chi arrivasse primo con almeno il 40% dei voti. Però l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Nel 1996 Prodi vinse perché la Lega correva da sola e nel 2006 rivinse perché col Mattarellum il centrodestra avrebbe avuto più seggi, mentre il Porcellum di Calderoli fu un autogol.
Stavolta l’imprevisto si chiama Vannacci. È vero che il generale ha dato prova di una certa abilità manovriera facendo votare sì alla fiducia e no al provvedimento sull’Ucraina, ma il punto è: chi lo vuole nell’attuale e nel futuro centrodestra? Non Forza Italia, non certo la Lega. Ma, anche se alla fine la realpolitik e il timore di perdere le elezioni (cioè il potere, nell’accezione che taluni danno alla conquista della maggioranza dei seggi in Parlamento) facessero chiudere ai critici verso l’ultradestra vannacciana non uno, ma entrambi gli occhi, che fine farebbe l’elettorato di confine?
Calenda avrebbe spazio per conquistare un pezzetto di voti azzurri, ma soprattutto le condizioni programmatiche di Vannacci (non solo in politica estera, tralasciando che vorrebbe anche posti al governo) equivarrebbero ad una resa di Tajani e Salvini.

Senza Vannacci, invece, si può sperare di imbarcare in qualche modo Azione, togliendo un 3% al campo largo e compensando la perdita a destra (ma nessuno, né la Meloni, né Salvini, vogliono concorrenza in quell’area estrema: un bel pasticcio).
Quella che sembrava una marcia trionfale verso nuove regole elettorali che avrebbero facilitato non solo la conferma nazionale della maggioranza di centrodestra ma anche la conquista delle metropoli nelle quali si voterà nel 2027 (fra le quali Roma, Milano, Napoli e Torino) può trasformarsi in un percorso minato.
Usando il buonsenso, la coalizione Meloni può offrire a Vannacci un’intesa limitata alle Amministrative (si andrà alle urne insieme per città e Parlamento nella tarda primavera del 2027, perché arrivare alla scadenza naturale della legislatura significa votare a settembre dopo una campagna elettorale in piena estate) ma il generale è troppo scaltro per non proporre uno scambio: i suoi voti alle comunali in cambio dell'entrata nella coalizione per le politiche, prendere o lasciare (con le conseguenze appena descritte).
Inoltre, si parla dell’ipotesi di una candidatura a sindaco di Roma che potrebbe essere offerta a Calenda dal centrodestra: il leader di Azione non sopporta Salvini, figurarsi Vannacci. Insomma, se costruire il campo largo è un’operazione al limite dell’impossibile, rappattumare il centrodestra dopo l’uscita di Vannacci potrebbe essere altrettanto difficoltoso ed elettoralmente pericoloso per la Meloni e i suoi attuali alleati.
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