Dal Mattarellum al Rosatellum, la politica cambia sempre le regole

Si torna ad ipotizzare il cambiamento della legge elettorale vigente – il cosiddetto «Rosatellum» –, reiterando così la pessima abitudine di modificare la meccanica del gioco nella prospettiva di lucrare qualche significativo vantaggio o, almeno, di attenuare il rischio di una paventata sconfitta. A ben guardare, la contesa sulla legge elettorale nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica è stata pressoché permanente e sostanzialmente retta sull’affermazione del primato del maggioritario sul proporzionale, nonché sulla parola d’ordine della «democrazia decidente» in sostituzione di quella «discutidora».
Dal 1993, con l’introduzione del Mattarellum, è stato un susseguirsi ad intervalli di breve durata di leggi elettorali – nessuna è rimasta in vigore per più di tre legislature –, peraltro sottoposte a valutazioni critiche da parte della Corte costituzionale. Così nel caso del Porcellum – la definizione risale al suo autore, il leghista Roberto Calderoli –, sottoposto a censura a motivo della mancanza di una soglia minima di coalizione per l’attribuzione del premio di maggioranza, nonché per l’eccessiva lunghezza delle liste bloccate.
Il Consultellum che ne è seguito – così denominato in quanto scaturito dall’intervento della Consulta – ha visto un dato paradossale: è rimasto in vigore senza essere utilizzato sino alla sua sostituzione. Né sorte migliore è capitata all’Italicum di Matteo Renzi, dichiarato per più aspetti incostituzionale nel 2017. In collegamento con la riforma cassata dal referendum della fine del 2016, aspirava a sancire definitivamente un impianto maggioritario retto sul modello del «Sindaco d’Italia» sostenuto anni prima da Mariotto Segni.

Oggi è vigente il Rosatellum, col quale si è votato rispettivamente nel 2018 e nel 2022, ma poiché nei collegi uninominali del Sud, stando ai risultati delle recenti amministrative, parrebbe probabile una sconfitta del centrodestra, Giorgia Meloni e la maggioranza che la sostiene hanno pensato bene di porre all’ordine del giorno un ennesimo mutamento del sistema elettorale. Non senza che siano emerse da subito evidenti tensioni all’interno della stessa coalizione di governo, a partire dalle riserve sollevate dalla Lega di Salvini, preoccupata che l’abolizione o una sostanziale riduzione dei collegi uninominali possa penalizzare l’attuale sua rappresentanza legata ai successi in regioni chiave quali la Lombardia e il Veneto.
Ancora: poiché l’auspicata indicazione preventiva del candidato premier sulla scheda determinerebbe la lesione delle prerogative del Capo dello Stato, si ipotizza che sia il leader della coalizione ad essere designato al momento del deposito del programma comune: una soluzione che per ovvie ragioni non può certo entusiasmare Forza Italia e Lega. Nelle attuali condizioni dovrebbero infatti rassegnarsi alla supremazia di Fratelli d’Italia ancor prima che i giochi siano aperti.
Per continuare sulla linea dei rilievi critici circa le ipotesi di cambiamento del Rosaltellum, hanno perfettamente ragione quanti osservano che sarebbe del tutto impossibile al Senato attribuire su base nazionale il premio alla coalizione di maggioranza che raggiunge almeno il 40% dei voti , considerata la norma costituzionale (art. 57) che prevede l’elezione della Camera alta su base regionale. Questo per quel che riguarda una valutazione di merito dei dispositivi di cui si sta discutendo, con la motivazione di fondo, peraltro contraddetta dalla stessa durata dell’attuale Governo eletto col Rosatellum, secondo la quale si tratta di rafforzare la governabilità del Paese, garantendo che uno schieramento possa contare su una maggioranza assoluta di seggi.
Insomma il primato della politologia e della tecnicalità elettorale sulla politica. Non che il centrosinistra sia stato da meno e in alcune sue componenti continui ad esserlo. Il fatto è che l’intera classe dirigente, pur con alcune eccezioni, coltiva l’idea secondo la quale la crisi italiana possa essere risolta attraverso un mutamento delle regole che presiedono alla vita pubblica e non mediante significative correzioni degli indirizzi politici ed un sostanziale recupero del ruolo che compete ai partiti, quali strumenti essenziali di partecipazione democratica e di pluralismo. Dunque una illusoria scorciatoia che si perpetua, nonostante sia stata ripetutamente smentita alla prova dei fatti.
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