Libertà e integrazione, la ricetta zanardelliana per salvare la politica

Nella nuova biografia dello statista, Roberto Chiarini evidenzia i principi ispiratori del suo operato
Fulvio Cammarano

Fulvio Cammarano

Editorialista

Emilio Pasini, ritratto di Giuseppe Zanardelli
Emilio Pasini, ritratto di Giuseppe Zanardelli

Ci sono uomini politici che continuano ad abitare la memoria pubblica anche quando il loro tempo è ormai lontano. Altri, pur avendo contribuito in modo decisivo alla costruzione del Paese, scivolano lentamente ai margini della coscienza nazionale. Giuseppe Zanardelli appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Eppure pochi protagonisti hanno inciso quanto lui sulla formazione dell’Italia liberale.

Più volte ministro, presidente della Camera, presidente del Consiglio, autore del Codice penale che porta il suo nome, indiscusso promotore del primo allargamento del suffragio post-unitario, energico difensore delle libertà costituzionali, Zanardelli fu una figura centrale della vita politica italiana tra Risorgimento ed età giolittiana.

I due volumi che Roberto Chiarini gli dedica («Giuseppe Zanardelli. Una biografia politica», edizioni dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 2 voll., 852 pp., 80 euro) rappresentano perciò un’operazione importante sul piano storiografico e civile.

Le radici

Interessante è, ad esempio, l’attenzione riservata alle origini familiari. Chiarini mostra come gli Zanardelli non appartenessero all’aristocrazia cittadina, ma fossero il prodotto di una faticosa ascesa sociale costruita attraverso commercio, attività agricole e iniziativa imprenditoriale. In questo ambiente maturarono alcuni tratti destinati a segnare l’intera vicenda dello statista: il valore del lavoro, il senso della responsabilità individuale e la fiducia nel merito.

Le pagine dedicate alla formazione e al 1848 restituiscono il quadro di una generazione cresciuta sotto il dominio austriaco e rapidamente conquistata dall’ideale nazionale. L’esperienza risorgimentale non fu certo per Zanardelli una semplice parentesi giovanile, ma rappresentò il momento fondativo di una cultura politica destinata a rimanere sostanzialmente immutata nel corso della sua lunga carriera.

Il politico bresciano Giuseppe Zanardelli -  © www.giornaledibrescia.it
Il politico bresciano Giuseppe Zanardelli - © www.giornaledibrescia.it

Uno dei meriti del libro è quello di mostrare la continuità tra il giovane patriota liberale e il futuro uomo di governo. Cambiano le circostanze storiche, ma restano costanti la centralità delle libertà individuali, la diffidenza verso ogni forma di autoritarismo, la fiducia nell’educazione e nella partecipazione politica, un modo di intendere il liberalismo che si poté apprezzare già alla fine degli anni ’70 in occasione della sua esperienza di ministro nel governo Cairoli, quando, in contrasto con molti esponenti della classe dirigente liberale (da Depretis a Crispi), sostenne il principio che la difesa delle libertà costituzionali non potevano essere sacrificate preventivamente sull’altare della difesa dell’ordine pubblico.

Le riforme

Da questa prospettiva acquistano particolare rilievo le grandi riforme che portano il suo nome. L’allargamento del corpo elettorale, il Codice penale del 1889 con l’abolizione della pena di morte, la tutela della libertà di culto, il riconoscimento della liceità dello sciopero entro determinati limiti e la difesa delle garanzie statutarie rappresentano altrettanti tasselli della costruzione dello Stato liberale. Chiarini insiste giustamente sul fatto che molte libertà oggi considerate acquisite furono il risultato di aspre battaglie politiche e parlamentari.

Ma il contributo più originale del libro riguarda la rilettura della grave crisi di fine secolo. Dopo i moti del pane del 1898 e la sanguinosa repressione del generale Bava Beccaris, Zanardelli maturò la convinzione che una parte della classe dirigente stesse imboccando una strada pericolosa. Quando il governo adottò misure eccezionali contro stampa e opposizioni politiche, egli ritenne che fosse stato superato un limite invalicabile. Le sue dimissioni dal ministero della Giustizia assunsero così un significato che andava oltre il semplice dissenso politico.

Con il successivo governo Pelloux il conflitto divenne apertamente costituzionale. Zanardelli comprese che il vero rischio consisteva nella trasformazione dell’emergenza in metodo di governo. Se lo Stato avesse combattuto socialisti e oppositori attraverso strumenti eccezionali, avrebbe finito per delegittimare se stesso. Su questa base, tra il 1899 e il 1900, riuscì a costruire un vasto fronte parlamentare in difesa delle garanzie statutarie, diventando il principale protagonista della battaglia contro le cosiddette «leggi liberticide» in difesa dello Statuto albertino e delle prerogative del Parlamento.

L’ordine per Zanardelli doveva essere difeso attraverso l’allargamento delle libertà e non con la loro sospensione. È questa scelta che lo consacrò nel ruolo di riferimento ideale di quanti volevano impedire una deriva autoritaria dello Stato liberale.

Tra Nord e Sud

Non meno significativa appare la sua attenzione alla questione meridionale. La celebre visita in Basilicata e le iniziative legislative che ne seguirono mostrano uno statista consapevole che l’unità politica non potesse reggersi senza affrontare le profonde disuguaglianze che dividevano il Paese. Anche in questo caso emerge un’idea di governo fondata non sulla coercizione, ma sull’integrazione e sull’estensione delle opportunità.

Una foto di Giuseppe Zanardelli - © www.giornaledibrescia.it
Una foto di Giuseppe Zanardelli - © www.giornaledibrescia.it

Per il lettore bresciano risultano naturalmente preziose le pagine dedicate al rapporto con la città e con la provincia. Chiarini mostra come il legame con Brescia non fosse soltanto affettivo o simbolico. Zanardelli agì costantemente come intermediario tra interessi locali e politica nazionale, sostenendo opere pubbliche, infrastrutture e iniziative economiche che contribuirono alla modernizzazione del territorio. Attraverso la sua vicenda emerge così anche una parte importante della storia della Brescia liberale.

Il libro, comunque, non nasconde le difficoltà insite in un progetto politico basato sulla fiducia nell’educazione civica e nella graduale integrazione delle masse popolari e poco attrezzato politicamente e culturalmente a pensare la nascente società di massa in termini di conflittualità sociale. Ma proprio questa consapevolezza rende ancora più interessante la sua figura, collocata al passaggio tra il mondo del Risorgimento e l’Italia del Novecento.

Un risarcimento

È forse qui che l’opera di Chiarini trova la sua ragione più profonda. Restituire Zanardelli alla storia nazionale significa recuperare una tradizione politica fondata sull’imprescindibile primato delle libertà civili. Come ebbe modo di ricordare da ministro degli Interni, «Il regime liberale, non può pretendere di soffocare tutti i traviamenti deve munirsi di una grande provvisione di facilità, di longanimità. Non mi par vero che persone intelligenti ed anche di tendenze liberali mostrino d’inquietarsi delle conseguenze della libertà che deve regnare nelle nostre istituzioni». In un’epoca in cui la parola «liberale» viene spesso usata in modo generico, se non distorto, cercando di far diventare la libertà un accessorio marginale, se non un problema, della vita pubblica, questa importante biografia di Zanardelli ricorda che il liberalismo italiano ha avuto una storia concreta, fatta di battaglie politiche, di riforme e di uomini disposti a pagare personalmente il prezzo delle proprie convinzioni.

Per Brescia questo libro rappresenta la meritoria restituzione di una delle sue figure più alte, sottratta alla dimensione celebrativa del monumento e riconsegnata alla complessità della storia. Per il lettore italiano è invece l’occasione di riscoprire uno dei principali artefici dello Stato liberale e di una cultura dei diritti e delle libertà che conserva, anche oggi, una forte necessità civile.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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