Il liberalismo proclamato e quello poco praticato

Il clima politico acceso e le continue polemiche tra maggioranza e opposizione sui referendum hanno finito per oscurare un fatto piuttosto curioso - e, per certi versi, positivo: da entrambe le parti sono arrivate condanne contro una presunta deriva «anti-liberale».
Una preoccupazione che porta a una deduzione interessante: tutta la classe politica italiana sembra riconoscersi, almeno a parole, nel liberalismo.
Giorgia Meloni, criticando le reazioni dell’opposizione alla partecipazione di un comico al Festival di Sanremo, ha parlato di una «deriva illiberale della sinistra, che sta diventando spaventosa». Dall’altra parte, l’opposizione ha più volte accusato il governo di rappresentare un rischio per le libertà. Solo pochi mesi fa, ad esempio, Angelo Bonelli sosteneva che con il governo Meloni «stiamo diventando uno Stato simile ai Paesi illiberali».
Insomma, una buona notizia c’è: destra, sinistra e centro rivendicano tutti la difesa del sistema liberale. Ma allora viene da chiedersi: il liberalismo ha davvero trionfato?
Per rispondere, bisogna prima chiarire cosa significhi davvero essere liberali. E qui le cose si complicano. Già oltre un secolo fa Giovanni Giolitti ironizzava su questa ambiguità, rispondendo ad Antonio Salandra, che lo aveva accusato di essere ormai un socialista: «L'onorevole Salandra si è detto liberale: veramente siamo tutti liberali, ma vi è modo e modo di intendere questa parola, che è diventata troppo ampia e poco comprensiva; onde occorrerebbe trovarne una più specifica e chiara. Per esempio, l'on. Salandra non credeva certo di offendere la libertà», sostenendo il governo autoritario di Pelloux. Una stoccata pungente, che però altri - come Gaetano Salvemini - avrebbero potuto ribaltare ricordando i metodi poco “liberali” usati da Giolitti in alcune competizioni elettorali nel Meridione.
Se i grandi protagonisti del liberalismo italiano faticavano a incarnarlo pienamente, è facile capire quanto l’impresa sia difficile oggi, in un contesto politico molto diverso e non di rado lontano da quella cultura.
Una cultura del limite
L’equivoco nasce dal fatto che spesso il liberalismo viene definito per negazione: sono liberale perché non sono autoritario, perché non censuro, perché non limito formalmente la libertà di espressione. Ma il liberalismo, in realtà, è più di questo. È soprattutto una pratica positiva, molto più impegnativa: accettare il conflitto, riconoscere la divisione dei poteri, tollerare limiti alla propria azione. E questo, diciamolo chiaramente, è difficile - oggi forse ancora di più, anche alla luce di quanto accade sul piano internazionale. D’altronde, chi ama davvero essere limitato nel proprio operato, sia esso un amministratore di condominio, un sindaco o un presidente del Consiglio? Ognuno è naturalmente portato a considerare la propria azione giusta, se non addirittura necessaria. Ma il punto è proprio questo: il liberalismo nasce come cultura del limite, e il limite non è mai popolare. Più nello specifico, un governo è davvero liberale quando accetta di leggere gli esiti delle elezioni che l’hanno insediato solo all’interno della logica costituzionale, che - come sappiamo - intende impedire la formazione di una qualsivoglia “guida suprema” svincolata dal confronto, anche duro, con il Parlamento e con l’opposizione. In questo contesto va inserito il rapporto con la stampa, che, pur non avendo un potere formale, esercita un’indispensabile azione di controllo diffuso e non dovrebbe mai essere considerata un fastidioso ostacolo da aggirare.
Essere liberali significa rassegnarsi ad ascoltare critiche, anche ostili, e poi rispondere con cognizione di causa. Non c’è atteggiamento più anti-liberale del tentativo di sottrarsi alla verifica, alle domande, al confronto sul proprio operato. Perché, come sappiamo, è facile parlare senza contraddittorio, su un palco o sui social. È efficace, è gratificante. Ma, di per sé - facciamocene una ragione - non è liberale.
Se dunque volessimo misurare quanto il liberalismo sia davvero compreso e praticato, dovremmo guardare a un indicatore semplice: il livello di insofferenza verso limiti e controlli. Più cresce questa insofferenza, più si tenta di eliminarli, meno ci troviamo in un contesto realmente liberale.
Negli ultimi anni questa tendenza si è accentuata. La politica si è trasformata in campagna elettorale permanente, in narrazione social. In un mondo simile, costruito per piacere e per apparire, ogni voce critica non può che essere di disturbo, d’intralcio. È come un sasso lanciato in una galleria di specchi: rischia di rompere immagini costruite con cura, narrazioni patinate, verità di comodo pensate per occultare difficoltà e contraddizioni che sarebbe “pericoloso” discutere in pubblico.
Ed è proprio qui che si gioca la partita. Perché il liberalismo non è dichiararsi tali. È accettare che qualcuno possa incrinare le nostre certezze - e continuare comunque a confrontarsi.
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