Tra sicurezza e libertà: il paradosso della democrazia

Il paradosso della democrazia in uno Stato liberale sta tutto qui: essa funziona solo se i cittadini accettano di rinunciare alla promessa di una protezione totale in cambio di diritti, procedure e limiti al potere. Ma questa rinuncia diventa sempre più difficile da sostenere quando cresce l’insicurezza materiale.
In questo senso, la crisi attuale non è soltanto una crisi di leadership o di istituzioni, ma una crisi del patto implicito su cui la democrazia liberale è stata edificata e grazie al quale può prosperare. I segnali di questa frattura sono evidenti. Secondo recenti sondaggi, tre italiani su dieci ritengono i regimi autocratici più adatti allo «spirito dei tempi»; percentuali analoghe emergono in altri Paesi occidentali, mentre aumentano l’astensione elettorale e la sfiducia verso le istituzioni rappresentative. Questa attrazione per i modelli autoritari non va letta come semplice nostalgia per la dittatura, ma come il sintomo di una perdita di fiducia più profonda: quella nella capacità delle democrazie liberali di garantire sicurezza, stabilità e benessere materiale.
Il riconoscimento del valore del pluralismo, del conflitto regolato, della mediazione istituzionale e della partecipazione non è mai stato automatico. Richiede una lunga educazione politica. In assenza di tale educazione, la democrazia appare lenta, inefficiente, debole; l’autorità personale, al contrario, si presenta come concreta, immediata, rassicurante. Con essa tende ad affermarsi un immaginario della forza come valore e della sopraffazione come metodo per risolvere rapidamente le controversie.
In Italia, del resto, il costituzionalismo liberale – la «tecnica delle libertà» – non è mai stato un valore spontaneamente radicato nelle grandi masse. La subordinazione del potere alla legge, il primato delle norme sugli uomini, la difesa dei diritti come limite all’azione dello Stato sono princìpi storicamente elaborati da élite politiche e intellettuali e solo parzialmente interiorizzati dalla cittadinanza.
Gli italiani e le italiane non hanno una tradizione di lotte in difesa delle libertà: al di là dell’azione di minoranze più o meno robuste, tali battaglie si sono concentrate in fasi storiche relativamente circoscritte – gli anni del Risorgimento, il periodo tra il 1943 e il 1948 e quello compreso tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta. Quando le preoccupazioni dominanti diventano «biopolitiche» – sicurezza fisica, lavoro, reddito, sopravvivenza – il linguaggio delle garanzie costituzionali viene presentato come astratto, distante, talvolta persino sospetto.
Il costituzionalismo, infatti, non promette felicità materiale: protegge le libertà, ma non può intervenire direttamente sulle condizioni economiche che le rendono concretamente vivibili. La storia lo mostra con chiarezza: la pur avanzata costituzione di Weimar, di fronte all’impoverimento dei tedeschi, non riuscì a impedire l’avvento del nazismo. Nel momento in cui le sicurezze materiali si riducono, il primato della legge può facilmente cedere il passo al primato del governo o del capo, alla promessa di ordine e protezione incarnata da una volontà personale.
Lo confermano le recenti dichiarazioni della presidente del Consiglio: «Se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di Polizia e magistratura». Se questo non accade, «è vano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento». Sembrerebbe una soluzione semplice, ma il fatto è che il delicato congegno del costituzionalismo liberale non funziona così. Lo ricordava già nel 1878 il ministro dell’Interno Giuseppe Zanardelli, mettendo in guardia dall’idea che l’efficacia dell’azione di governo potesse giustificare la sospensione delle garanzie.

La legge – sosteneva – non può essere violata con il voto più di quanto possa esserlo con la forza; altrimenti un governo forte della maggioranza finirebbe per porsi al di sopra di tutte le leggi. Affidare all’autorità politica il potere di stabilire autonomamente ciò che è lecito significa aprire la strada a un arbitrio senza confini. I vantaggi immediati che se ne potrebbero trarre sono, ammoniva Zanardelli, proprio la via attraverso cui i popoli liberi corrono verso la propria rovina. Il regime della libertà è difficile e faticoso; governare senza libertà è molto più semplice. Ma una libertà autentica non può esistere senza errore, senza conflitto, senza parole che disturbano e inquietano. Il vero pericolo non è l’eccesso di libertà, bensì l’assenza di vita pubblica.
È dunque su questo terreno che, non solo in Italia, la destra radicale trova oggi un ampio spazio di manovra. In uno scenario di instabilità diffusa, l’autoritarismo viene presentato come strumento di protezione ed efficienza, mentre il conflitto, il pluralismo e la mediazione sono ridotti a «codici» superati o a ostacoli da eliminare in nome di un presunto interesse superiore della nazione, al quale il popolo è chiamato a sacrificare tutto, libertà comprese.
Fulvio Cammarano – Docente di Storia Contemporanea, Università di Bologna
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