La confusione regna sovrana in politica. L’ultimo episodio eclatante è la scomunica di Beppe Grillo nei confronti di Giuseppe Conte e del partito che ha plasmato, snaturando il movimento di contestazione globale del sistema che lui e Casaleggio avevano forgiato e portato ai vertici dello schieramento politico ed istituzionale. ll caos esprime un malessere sociale complessivo e trasversale ai diversi ambiti. Manca un comune sentire che eviti di vivere alla giornata.
La vicenda tribolata della scelta del commissario tecnico della nazionale di calcio lo conferma. Il calcio è – era, dopo la sua caduta dal podio dei mondiali? – lo sport nazionale per eccellenza: quanto vi accade attraversa case e famiglie, anche le più distratte. Esclusi, ancora una volta, la terza, dai mondiali, ecco Giovanni Malagò impegnarsi e trattare per diventare presidente della Federazione italiana gioco calcio. Ci riesce, assumendo impegni con quanti lo sostengono.
Volano nomi grossi per guidare il rilancio della squadra, per dire che si punta al massimo possibile. Ricevuti i rifiuti, forse scontati già in partenza, ecco scegliere la dirigenza, il direttore tecnico e il suo consulente, che devono indicare l’allenatore. Avviene, con il bresciano Andrea Pirlo. Parte subito un fuoco di sbarramento, che attinge a situazioni esterne per affossarlo, opponendo questioni di opportunità.

Malagò ne approfitta, anche al prezzo - forse sperato - di vedere abbandonare il progetto in itinere da parte di Paolo Maldini e Leonardo, la nuova dirigenza che punta su Pirlo. Lui rilancia la sua scelta iniziale e di fondo, Roberto Mancini. Preferito ad Antonio Conte, gradito a squadre della serie A. Mancini chiede scusa di aver abbandonato, come allenatore in carica, la nazionale tre anni fa, per accogliere le offerte milionarie dell’Arabia Saudita. Gli viene affiancato, come direttore tecnico, il romanista Claudio Ranieri. Ad indicare uno schema di governo della nazionale.
Restano i malumori di chi si è sentito tagliato fuori dalle scelte. Mancini ha dichiarato di voler far giocare bene la squadra, renderla vincente e amata dagli italiani. Appunto, saranno i risultati ottenuti, nel breve, sul campo di gioco, a dare bontà alla scelta che si vuole compiuta con respiro quadriennale.
Torniamo alla politica in quanto tale. Le guerre, ogni giorno, riscrivono le agende dei costi che siano costretti a pagare alle crisi petrolifere e dei prezzi che le infrante questioni di sicurezza pongono. Si varano provvedimenti che dovrebbero essere riparatori nell’immediato e si lanciano modificate leggi elettorali che riscrivono la conta, e il peso, dei voti espressi e di quelli in fuga.
Si ventila una successione del presidente Mattarella che sanzioni un cambio di sistema. Per arrivare ad allora bisogna sfangare l’oggi. Non è semplice. Ciascuna forza politica è preoccupata del proprio personale fare cassa. La Meloni può comportarsi come Malagò con lo schema riuscito Mancini-Ranieri, oppure è alla prese con la fase Maldini-Leonardo-Pirlo, non gradita ma imposta e necessitata? Il calcio è importante, però la politica lo è di più.



