Opinioni

Il rifiuto islandese e l’esigenza europea di allargamento

La vittoria del No al referendum sulla ripresa dei negoziati di Reykjavík con Bruxelles non è semplicemente un incidente di percorso, ma racconta di un momento molto delicato per i piani europei
Carlo Muzzi

Carlo Muzzi

Vicedirettore

Il voto in Islanda - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il voto in Islanda - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Dall’Islanda non arrivano buone notizie per l’Europa. La vittoria del No al referendum sulla ripresa dei negoziati con Bruxelles per un futuro ingresso nell’Unione - un percorso che, considerato il livello di integrazione già raggiunto da Reykjavík, avrebbe potuto essere relativamente rapido - non è semplicemente un incidente di percorso, ma racconta di un momento molto delicato per i piani europei. Stretta nella morsa della tenaglia geopolitica prodotta dalla pressione a Est della Russia di Vladimir Putin e, a Ovest, dall’azione degli Stati Uniti di Donald Trump, una delle poche risposte a disposizione dell’Europa è quella di rafforzarsi. Come? Anche attraverso l’allargamento.

Per questa ragione i vertici dell’Unione, Ursula von der Leyen e Antonio Costa, da qualche mese hanno iniziato a preparare il terreno per rimettere con decisione in moto il processo di ampliamento dell’Ue. L’Unione non accoglie un nuovo Stato dal 2013, quando a fare il proprio ingresso fu la Croazia. Sull’uscio dell’Europa ci sono diversi Paesi dei Balcani occidentali, oltre a Moldova e Ucraina (i cui percorsi restano inevitabilmente condizionati rispettivamente dalla presenza russa nella regione separatista della Transnistria, internazionalmente riconosciuta come parte del territorio moldavo, e dalla guerra scatenata da Mosca). Il momentum sembrava essere arrivato e, anche forte del discorso sullo Stato dell’Unione in programma fra due settimane a Strasburgo, la presidente della Commissione avrebbe potuto rilanciare ulteriormente il tema dell’allargamento.

Lo Stato oggi più accreditato per un prossimo ingresso è il Montenegro, un Paese piccolo e relativamente povero che, nei piani politici di Bruxelles, avrebbe potuto essere simbolicamente ed economicamente «bilanciat» dall’arrivo della ricca Islanda. Reykjavik avrebbe infatti rappresentato un ingresso di segno completamente diverso: un Paese stabile, prospero, già profondamente integrato nel mercato europeo, membro dello Spazio economico europeo, di Schengen e della Nato, oltre che strategicamente rilevante nello spazio nordatlantico e artico.

Non solo. Resta da capire come il voto islandese influenzerà il dibattito che sta animando la politica norvegese, dove si è tornati a discutere dell’opportunità di riaprire il dossier dell’adesione e, in prospettiva, di un nuovo referendum. Già in due precedenti occasioni Oslo si è espressa, seppur di misura, in maniera contraria: nel 1972 e nel 1994. Anche il possibile ingresso della Norvegia nell’Unione sarebbe per Bruxelles un colpo fortunato, sia sotto il profilo politico sia dal punto di vista economico e strategico.

È giusto, tuttavia, interrogarsi anche sulle ragioni per cui gli islandesi si sono espressi contro la ripresa dei negoziati con l’Unione, pur vivendo già in uno spazio largamente europeo. In tempi di sovranismo, grande e piccolo, ha prevalso quell’idea per cui non si vuole finire «intrappolati» nel vincolo europeo. I sostenitori del No hanno concentrato la campagna soprattutto sulla difesa della pesca islandese, presentando l’adesione come una possibile rinuncia al controllo di una risorsa strategica per l’economia nazionale.

Non si tratta di un problema inesistente, ma di una questione che sarebbe stata proprio uno dei nodi centrali del negoziato con Bruxelles. Il paradosso sta quindi nel fatto che gli islandesi non hanno respinto le condizioni dell’adesione, che ancora non esistevano, ma la possibilità stessa di negoziarle. Hanno preferito farsi ammaliare dalle sirene della sovranità nazionale piuttosto che verificare quale compromesso sarebbe stato possibile raggiungere con l’Unione. In fondo gli islandesi, nei panni dei discendenti dei vichinghi, continuano a sentirsi in grado di affrontare in solitaria i marosi della politica internazionale. È un’idea che contiene però anche una certa rimozione della storia recente.

Nel 2008 il collasso delle tre maggiori banche islandesi trascinò il Paese in una crisi finanziaria senza precedenti, dalla quale Reykjavik riuscì a uscire anche grazie all’intervento del Fondo monetario internazionale, al sostegno dei Paesi nordici e, indirettamente, alla rete politica ed economica dell’Unione europea. La vicenda islandese mette così in evidenza un paradosso più ampio.

Oggi l’Unione esercita una forte capacità di attrazione sui Paesi dell’Europa orientale e dei Balcani che aspirano a entrarvi, ma fatica a convincere un Paese ricco, democratico e già quasi completamente integrato nello spazio europeo a compiere l’ultimo passo. Proprio nel momento in cui Bruxelles vorrebbe trasformare l’allargamento da semplice politica di integrazione a vero strumento di sicurezza geopolitica, il No islandese ricorda che la capacità di attrazione dell’Europa non può essere data per scontata e che le istituzioni europee devono capire come rispondere alle sfide del sovranismo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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