Dal 2018 si tengono summit regolari tra Unione Europea e Paesi dei Balcani occidentali. L’ultimo si è svolto lo scorso 5 giugno. Al di là delle diverse prospettive dei sei Stati coinvolti, questi summit scandiscono il processo di allargamento dell’unità europea.
L’allargamento è l’atto supremo della politica estera dell’Unione, sebbene ciò sia spesso incompreso o ignorato. Esso consiste nell’espansione territoriale dell’Unione e ne sancisce la giurisdizione e sfera d’influenza; è un processo consensuale e cooperativo, non imposto, scelto da chi domanda l’integrazione europea.
A differenza degli Stati nazionali, l’Unione Europea non si è mai allargata con la guerra ma solo pacificamente. Per questo, pochi giorni fa, parlando a Madrid, il Papa ha incoraggiato «a favorire il processo di unione europea», inteso «come dono per l’intera famiglia umana».
L’attuale processo d’allargamento presenta però una caratteristica inedita: si svolge all’ombra della guerra. Coinvolge difatti non solo i Balcani occidentali, bensì uno Stato associato e candidato all’Unione, ossia l’Ucraina, che al contempo si difende contro una grande potenza aggreditrice col sostegno decisivo degli europei.
L’integrazione europea dell’Ucraina è stata una causa dell’aggressione russa più decisiva della presunta espansione della Nato, cui essa viene spesso ricondotta. Per questo la resistenza ucraina si esprime nel linguaggio dell’identità europea, difendendo la propria sovranità per condividerla nell’Unione.
Se la guerra che ha coinvolto i Balcani era volta alla disintegrazione jugoslava, quella dell’Ucraina è invece per l’integrazione europea. Così, se nei Balcani si è svolta l’ultima guerra in Europa, in Ucraina si combatte la prima guerra d’Europa. Il coinvolgimento dell’Unione Europea ne segna la fine come spazio politico estraneo alla guerra.
L’Unione subisce perciò una torsione storica che riguarda anche il suo allargamento. Esso è parte di un processo più ampio per ripensare il progetto europeo di fronte alla guerra, con al centro l’esistenza stessa dell’Ucraina. Da qui certe tensioni, causate dall’attrito tra le apatiche modalità burocratiche del «vecchio» allargamento, gradualmente rivolto ai Balcani, e le urgenti priorità politiche del «nuovo» allargamento, improvvisamente diretto a Ucraina e Moldavia. L’attrito dell’allargamento è prodotto dal nuovo che sopravviene al vecchio, spinto dai pesanti effetti dell’invasione russa in Europa orientale, compresa l’occupazione della regione moldava della Transnistria.

Non si tratta solo del fatto che i nuovi confini dell’Unione, la sua frontiera esterna, saranno definiti in Europa orientale e non nei Balcani, già circondati dall’Unione stessa; né che l’Ucraina sia il più grande Stato europeo, popolato in tempo di pace da oltre 40 milioni d’abitanti. È la scelta europea dell’Ucraina che conduce l’allargamento oltre il funzionalismo e il tecnicismo.
L’Ucraina è il «caso nuovo» dell’Europa unita, un caso politico che irrompe con forza massima sotto la pressione della guerra. Produce un salto d’epoca inaudito, iscrivendo l’allargamento in una nuova postura strategica dell’Unione. Ciò comporta minacce, opportunità e necessità, impreviste e incalcolabili. Richiede cognizione delle gravi contingenze, perché non si può risolvere un caso nuovo in un modo già stabilito. Quando lo si può fare, non si è di fronte alla politica bensì all’amministrazione e questo non è il caso.
Occorre perciò capire il valore attuale dell’allargamento, che non è amministrazione o governance bensì politica estera europea. Questa necessità spiega la discussa proposta tedesca di riconoscere subito all’Ucraina lo status di «membro associato» dell’Unione. Quest’ossimoro, coniato per la «situazione particolare» di «un Paese in guerra», introduce una categoria estranea al diritto europeo. Quale ne sia il pregio, di certo indica una realtà: in tempo di guerra, l’allargamento appartiene ancor più alla sfera politica che a quella amministrativa.




