Annamaria Furlan, Elisabetta Gualmini, Marianna Madia, Pina Picierno: quattro parlamentari che hanno lasciato il Pd per approdare chi in Italia Viva, chi in Azione chi infine, in un caso, con l’intento di dar vita nientemeno che ad un proprio movimento. Al di là del giudizio che si può esprimere sulle singole figure, la loro fuoriuscita solleva certamente interrogativi e pone problemi sui quali sarebbe del tutto inopportuno glissare.
A partire dalle motivazioni addotte a giustificazione della scelta compiuta: sostanzialmente l’imputazione a Elly Schlein di una conduzione «massimalista» del Pd, di un posizionamento sbilanciato a sinistra, di una sordità rispetto alle attese di settori sociali che chiedono moderazione, rifuggendo da fughe in avanti dall’esito preoccupante ed incerto.
Non è stato ripreso, invece, l’addebito di un laicismo che contrassegnerebbe la cultura della segretaria in relazione a temi eticamente sensibili e attinente le questioni biopolitiche. Del resto basterebbe considerare che su un tema quale il fine vita è stato assegnato ad Alfredo Bazoli, un esponente cattolico della componente riformista, un ruolo di rilievo, peraltro egregiamente svolto, con indubbia competenza e sensibilità. Si aggiunge invece la critica alla Schlein di scarsa attitudine all’ascolto e al dialogo, di sottovalutazione, quanto alla presenza negli organismi dirigenti del partito di componenti che sarebbero ridotte in una condizione di marginalità e non adeguatamente rappresentate.
Strumentali che siano e non esenti da interessi legati alla ricandidatura alle prossime elezioni resta il fatto che i gesti compiuti rimandano a due problemi di fondo: da un lato il limite di un campo largo» non sufficientemente aperto e carente di una presenza centrista disponibile ad un’alleanza alternativa alla Destra, oltre che sufficientemente robusta; dall’altro lato per la componente cattolica del Pd l’equivoco connesso alla identificazione tra riformismo e moderatismo.
Quanto al primo punto sono evidenti due dati: in un sistema bipolare ormai consolidato non c’è più spazio per un centro autonomo – l’illusione di Carlo Calenda –, equidistante dai due poli tra loro in competizione; in secondo luogo l’incompatibilità -probabilmente un fatto irrevocabile persino sul piano dei rapporti personali – tra Renzi e Calenda – , in contesa per l’acquisizione della leadership centrista e differenziati quanto alle prospettive cui guardano, nonché alla loro attuale collocazione: l’uno intransigente oppositore del Governo, l’altro in permanente oscillazione.
Va da sé dunque che la costituzione di una presenza neocentrista sia di non facile realizzazione seppure vada riconosciuta la fondatezza di una esigenza che consentirebbe di ampliare forze e consensi dello schieramento teso a sconfiggere l’attuale maggioranza al governo. Essa con ogni probabilità si amplierà grazie al supporto di Futuro Nazionale di Vannacci. Quanto al secondo punto è di ardua comprensione l’interpretazione da parte cattolica del riformismo, un termine persino abusato, di cui tutti ormai si appropriano in modo persino indifferenziato, dunque in progressiva dissolvenza di significato.
Gli autoproclamatisi riformisti cattolici del Pd in effetti stentano a misurarsi con la radicalità degli sviluppi della dottrina sociale – da Bergoglio a Leone XIV – su temi di straordinario impegno e più che mai attuali: la guerra, la pace, l’immigrazione, le diseguaglianze, l’universalismo dei diritti legati al riconoscimento della dignità di ogni persona, il lavoro, la coesione sociale, le regole di un mercato consegnato al liberismo. Un magistero che interpella la coscienza cristiana. Esso esige dai politici che intendono trarne ispirazione una coerenza di scelte da tradurre in iniziative programmatiche concrete, in un confronto volto alla ricerca di soluzioni condivise , tali da superare contrapposizioni ideologiche e da tradursi in leggi che valgano per tutti, rispondenti alla ricerca del bene comune.
Dunque una nuova «questione cattolica»: non più nel segno della rivendicazione di una unità fuori dal tempo e tantomeno della ricerca di rendite di posizione o di rassicuranti garanzie correntizie, ma di una testimonianza feconda e operosa di che cosa significa oggi essere cattolici democratici impegnati in politica.




