Non è l’aspetto più importante della personalità del cardinale Ruini. Ma il «ruinismo», con particolare attenzione alla dimensione politica, è diventato anche una voce enciclopedica, che si può anche consultare on-line.
Ci permette comunque di ragionare sui decenni arroventati tra ventesimo e ventunesimo secolo, che ha vissuto come protagonista e trarre qualche suggestione prospettica. Ruini è appassionato di politica, con le sue personali preferenze, tanto che ci teneva molto, avendo la doppia cittadinanza vaticana e italiana a votare puntualmente. Ma si caratterizza, nel suo ventennale mandato alla Cei, prima da segretario poi da presidente, sempre in relazione stretta con papa Giovanni Paolo II, per un impegno molto concreto e puntuale, e una postura istituzionale, non disgiunto da un sano e sportivo agonismo.

Si impegna a sostenere l’unità politica dei cattolici, rianimandola dopo il convegno ecclesiale di Loreto e supportandola fino alla fine del soggetto politico, la Dc, che cerca in ogni modo di puntellare nei mesi accelerati di Tangentopoli, dei referendum e dello scioglimento tra il 1992 e il 1994. Nel confuso bipolarismo italiano evita con cura di posizionare formalmente l’istituzione e soprattutto si impegna perché la divisone politica non si ripercuota e riproponga all’interno della Chiesa.
Propone piuttosto la Cei e il mondo cattolico italiano come soggetto sociale e istituzionale, cercando di tutelare e sviluppare quegli interessi che di fatto non sono di parte, ma sono legati al bene comune. E gli viene riconosciuta una sicura autorevolezza. Uno dei punti massimi di mobilitazione anche politica secondo questa accezione è stato in occasione del referendum del 2005 per l’abrogazione della legge sulla procreazione assistita. Promuove con convinzione la campagna per provocarne il fallimento, che fu il più clamoroso dalla storia italiana.
Il progetto culturale, lanciato dopo la definitiva fine anche del nuovo Partito Popolare avrebbe rappresentato la sintetica definizione di questa posizione, facendo di un momento di oggettivo disorientamento e anche di conflittualità una occasione di investimento e di rinnovato corale impegno. Una cultura intesa in senso concreto e sociale.
Ruini interpretava e guidava, su preciso mandato di papa Giovanni Paolo II, una Conferenza episcopale consapevole della sua soggettività ed attiva nel coinvolgere in forme nuove di collaborazione e corresponsabilità i tanti soggetti della complessa ed articolata realtà ecclesiale, in dialogo con la società e le istituzioni.
Imperniato sul progetto culturale orientato in senso cristiano, questo processo tuttavia si frammenta con l’uscita di scena per raggiunti limiti di età e con il mutamento del quadro vaticano, il nuovo segretario di Stato tentando di «gestire» la Cei. Senza successo, ma con il risultato di indebolire il contesto complessivo.
Non è un caso che l’ultima uscita pubblica del cardinal Ruini sia stata visitando il Papa, pochi giorni dalla sua elezione, quasi a chiudere e rilanciare un percorso, da Giovanni Paolo II appunto a Leone XIV. Anche ora infatti l’investimento culturale e dunque educativo, nel senso delineato nella recente enciclica Magnifica Humanitas, cioè con precise ricadute operative ritorna come una priorità e anche una modalità corale e creativa di dialogo e di impegno per il bene comune.




