Difficile trovare istituzione più antiquata se non anacronistica delle Nazioni Unite. Un’istituzione figlia della Seconda Guerra Mondiale, con una struttura gerarchica incarnata dal Consiglio di Sicurezza e dal diritto di veto dei suoi cinque membri permanenti, eredi dei vincitori di quel conflitto – Stati Uniti, Regno Unito, Russia e Cina – a cui si aggiunse allora con grande abilità diplomatica la Francia. Al tempo stesso custode e produttrice, con le sue risoluzioni, di un diritto internazionale che in teoria non cessa mai di evolversi e ripensarsi. Ma soggetto vieppiù delegittimato, fondato sulla finzione sostanziale dell’eguaglianza dei suoi membri e primo bersaglio, oggi, di un’offensiva contro l’architettura e gli stessi principi della governance globale mossa in primis dal soggetto egemone dell’ordine internazionale, gli Stati Uniti di Donald Trump.
Perché, allora, ogni fine settembre prestiamo tanta attenzione all’Assemblea Generale dell’Onu, la cui 81esima sessione è iniziata ieri? Come si può spiegare lo scarto tra la delegittimazione e l’indebolimento delle Nazioni Unite da un lato e la loro persistente centralità dall’altro?

Tre diverse spiegazioni, tra loro strettamente intrecciate, possono essere offerte. La prima, forse non sufficientemente nota, è che l’Onu non si esaurisce nel suo Consiglio di Sicurezza e nella sua Assemblea Generale. Ha diversi altri organi, a partire dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Soprattutto, si colloca al centro di una rete di organizzazioni, agenzie e programmi che continuano a svolgere un ruolo fondamentale in ambiti concreti e cruciali, dalla sanità all’alimentazione, dalla cultura all’assistenza a rifugiati ai diritti dei minori. Per quanto bistrattata, fornisce, in altre parole, servizi e beni pubblici fondamentali al nostro sistema internazionale.
La seconda spiegazione ci riporta dentro la dimensione più politica e verticistica delle relazioni internazionali. La comunicazione è una dimensione centrale della politica mondiale. Per una settimana all’anno, l’Assemblea Generale offre un palco indispensabile ai principali attori di questa politica, come ben vedremo in questi giorni. È il principale teatro di una recita in cui soprattutto i soggetti più potenti possono parlare alle due opinioni pubbliche, interna e internazionale, cui il loro messaggio è inevitabilmente destinato. Per spiegarsi, giustificarsi e provare a convincerle. Per brandirle, persuaderle o, talora, minacciarle.
La terza e ultima possibile chiave di lettura rimanda invece all’oggi; al summenzionato attacco all’Onu e alla pretesa di Trump di sostituirla con strumenti alternativi di governance, come quel «Board of Peace», imperiale e monocratico (Trump ne è presidente onnipotente e a vita), lanciato il febbraio scorso. Di fronte a sfide simili, la gran parte dei membri della comunità internazionale non può che cercare di ritrovarsi nella sua struttura primaria. La delegittimazione e l’attacco portato con così tanta aggressività all’organizzazione dal suo membro principale agisce paradossalmente da strumento di sua difesa e rilegittimazione.
L’epoca, i primi anni Novanta, in cui si pensava che un «nuovo ordine globale», come lo chiamò l’allora presidente americano George Bush Sr., fondato sulla centralità dell’Onu fosse prossimo a costituirsi è ormai solo uno sbiadito ricordo del passato. Le Nazioni Unite sono chiaramente in crisi di ruolo, identità e legittimità. È una crisi a cui ha certo contribuito la loro incapacità di rinnovarsi e aggiornarsi. Ed è una crisi che riflette in maniera acuta e paradigmatica quella più ampia della rete delle istituzioni internazionali.
E però, alternative al momento non sembrano esservene; ovvero, se esse sono il famoso «Board of Peace» Trump, allora è forse meglio tenersi ancora stretto l’originale.
Mario Del Pero, docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi




