Fini: «Il sovranismo europeo per competere con le potenze globali»

È stato il politico che ha traghettato la destra dal «polo escluso» dell’Msi ad una dimensione di governo ed europea con la nascita di Alleanza Nazionale. Gianfranco Fini è stato vicepremier e ministro degli Esteri oltre che presidente della Camera. Resta un osservatore privilegiato della politica italiana ed internazionale.
Presidente Fini come vede l’attuale situazione internazionale?
Dire che è complessa è un’ovvietà. Tutto dipende da come si risolverà il disastro creato dall’attacco americano all’Iran. Dico disastro non perché il regime iraniano non meritasse di pagare per le sue enormi responsabilità – terrorismo islamista, repressione feroce delle opposizioni, volontà dichiarata di colpire Stati Uniti e Israele – ma perché Trump, colpendo obiettivi strategici iraniani, ha scatenato una reazione che la Casa Bianca non aveva previsto: il blocco dello Stretto di Hormuz, con una crisi globale sull’approvvigionamento energetico. L’inizio dei colloqui non ha portato finora nulla di positivo. Sono scettico sulla possibilità di arrivare presto a una pace. Stati Uniti e Iran non hanno rapporti diplomatici da 46 anni e si parlano solo attraverso il Pakistan. Per Washington è essenziale ottenere garanzie sul fatto che Teheran non prosegua nell’arricchimento dell’uranio: un regime iraniano con la bomba atomica sarebbe un rischio enorme. Al tempo stesso, l’Iran non può accettare alcune richieste occidentali e pone condizioni che gli Stati Uniti non possono accettare. Lo sblocco dello Stretto di Hormuz sarebbe nell’interesse di entrambi, ma le posizioni restano lontane. Gli Stati Uniti devono poter dire che la guerra è finita dimostrando un risultato concreto. Trump deve rispondere all’opinione pubblica; l’Iran, che non è una democrazia, no.
Cosa pensa della seconda presidenza Trump?
L’esordio della seconda amministrazione Trump ha lasciato il mondo a bocca aperta. Quando disse che il Canada avrebbe dovuto entrare negli Stati Uniti, fu un segnale evidente. La sua politica parte dall’«America First»: Stati Uniti, o meglio Nord America, come punto di riferimento della politica globale. Poi c’è stato il tentativo di destituire Maduro, accolto con favore da molti nonostante la violazione del diritto internazionale. Successivamente è arrivata la questione della Groenlandia, che ha aperto un fronte di tensione con l’Unione europea. Infine il conflitto economico: Trump afferma il protagonismo americano attraverso dazi e misure aggressive, senza sentire il vincolo della coerenza tra ciò che dice e ciò che fa. L’unico punto su cui aveva ragione riguarda la Nato: non è sostenibile che la paghino quasi solo gli Stati Uniti. Gli europei devono contribuire perché la Nato è la difesa dei valori occidentali. Quanto al suo stile, c’è chi sostiene che sia una strategia: comportarsi come un crazy dog, un cane pazzo, per non dare riferimenti agli interlocutori. Altri pensano che sia semplicemente il suo modo di essere. In questo contesto, l’Europa ha capito che la solidarietà transatlantica è un valore solo se condiviso. Il nodo più delicato resta l’Ucraina: sembra interessargli poco come finirà la guerra. Per l’Europa il rapporto con gli Usa è fondamentale anche per difendere i Paesi che hanno conosciuto la dittatura comunista.
Cosa pensa di Orban?
Lo conobbi molti anni fa. Tutti dicono, a ragione, che è cambiato molto. Prima delle ultime elezioni parlai con suoi collaboratori e amici comuni. Insistevano su un punto: per l’Ungheria avere buoni rapporti con Mosca è vitale, non per nostalgia ideologica, ma perché è un Paese senza sbocco al mare e fortemente dipendente dal gas russo. Uno di loro mi disse: «Se non prendiamo il gas da Mosca, non abbiamo neanche quello per cucinare». Era un’esagerazione, ma rendeva l’idea. Questo mi ha fatto pensare a come la Germania vedeva la Russia prima della guerra in Ucraina. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si pensava che Putin avrebbe avvicinato la Russia alla democrazia. È accaduto il contrario: la sua politica si è fondata sul ritorno allo «spazio vitale» russo, una visione più neo-zarista che sovietica, con un forte richiamo alla religione e all’identità. Orban, in questo quadro, è diventato un interlocutore privilegiato di Mosca, talvolta quasi un informatore. Il comportamento del ministro degli Esteri ungherese parla chiaro: contatti continui con Lavrov dopo i vertici europei. All’inizio Orban aveva teorizzato la «democrazia illiberale», l’idea che le democrazie debbano essere più efficienti e rapide nel decidere. Ma quando si limita la libertà di stampa o si comprime l’opposizione, si entra in una deriva pericolosa.

In Europa oggi ci sono tre famiglie di destra. Come le vede?
Io evito di usare il termine «destra» in modo omnicomprensivo. Lo stesso vale per «sinistra». Le categorie politiche vanno calate nella realtà nazionale: per capire la Spagna bisogna conoscere la storia spagnola, per capire l’Ungheria quella ungherese. Non esiste una sola destra europea: esistono destre diverse, legate alle specificità culturali e storiche dei singoli Paesi. La destra francese, ad esempio, ha avuto come riferimento De Gaulle, cioè anche la Resistenza. È molto diversa dalla storia della destra italiana. Oggi le famiglie politiche europee sono più aperte, meno vincolate da ideologie rigide. Ed è un bene, perché l’ideologia spesso porta allo scontro tra nemici, non al confronto tra avversari. Le diverse destre vanno valutate rispetto ai grandi temi attuali. Il primo è il rapporto con la Russia: qui non si può stare nel mezzo. Bisogna scegliere se stare dalla parte di chi difende l’Europa o di chi vuole disarticolarla. Il secondo è la sicurezza, oggi non solo militare ma anche identitaria. L’Europa deve fare i conti con la pressione migratoria e con l’integrazione di persone che vengono da culture diverse. Integrare significa non solo rispettare le regole formali, ma anche condividere i valori fondamentali della società europea. L’identità non è un totem immobile: cambia nel tempo e si arricchisce attraverso contaminazioni. Ma proprio per questo l’Europa deve avere consapevolezza di sé. La vera linea di divisione oggi non è più tra destra e sinistra, ma tra chi difende l’Europa e chi rischia di indebolirla.

Cosa pensa della destra italiana?
Direi che sta bene. I problemi ci sono, ma mi fanno sorridere quelli che parlano di «giorni contati» o «ore contate». Il punto vero è un altro: quando diventi non solo forza di governo ma architrave del governo, non puoi più limitarti a dire di essere l’underdog. Devi dimostrare di saper governare. Questo richiede cultura di governo, e mi sembra che Giorgia Meloni lo abbia capito. Il passaggio successivo riguarda il consolidamento: non serve un congresso per eleggere il leader, ma un momento di riflessione vera sulla strategia. Per strategia intendo quelle che Pino Rauti chiamava «linee di vetta», ovvero la capacità di andare oltre il contingente e definire un modello di società. È un’operazione indispensabile, non solo per la destra ma anche per la sinistra. Però è difficile, perché viviamo in un contesto in cui tutto deve essere immediato, veloce come un tweet. Oggi politica e propaganda non coincidono più: la politica è due passi indietro, la propaganda due passi avanti. Appartengo a una generazione in cui prima si costruiva la strategia politica e solo dopo si faceva propaganda. Oggi accade il contrario. Questo si riflette anche nella formazione della classe dirigente: un tempo esistevano le scuole di partito, si imparava la differenza tra una delibera e un’interpellanza. Oggi tutto questo non esiste più. C’è poi il rapporto tra elettori ed eletti: se non si restituisce all’elettore la possibilità di scegliere il proprio rappresentante, si indebolisce la democrazia. Bisogna ricollegare l’eletto al territorio, o crescerà la distanza tra cittadini e istituzioni.
Tre cose che servono all’Europa per essere protagonista.
La prima: autonomia strategica nei confronti degli Stati Uniti, che restano un alleato indispensabile, ma con cui il rapporto deve essere più equilibrato. La seconda: una diversa architettura istituzionale. Non si può costruire un vero protagonismo europeo con l’unanimità dei 27 ogni volta che si riunisce il Consiglio dei capi di Stato e di governo. È una conseguenza di scelte democratiche, ma oggi è un limite evidente. Se non si mette mano al «motore» dell’Unione – e anche alla carrozzeria – diventa impossibile fare passi avanti. Non è vero che sia impossibile cambiare: l’euro è nato con un gruppo ristretto di Paesi che ha deciso di mettere in comune la sovranità monetaria, e poi altri si sono aggiunti. Lo stesso è accaduto con Schengen. Sono le cooperazioni rafforzate: si parte in pochi e poi si allarga. È questa la strada per arrivare a una difesa comune. La terza è culturale: serve maggiore consapevolezza e orgoglio di ciò che l’Europa è stata e continua a essere. Troppo spesso gli europei tendono a scusarsi per il proprio passato, come se fossero responsabili di tutto. L’Europa non deve essere orgogliosa di tutto, ma deve ricordare ciò che ha rappresentato per la civiltà, senza presunzione e senza nostalgie coloniali, ma senza rinnegare le proprie radici.
Lei pensa che per l’Ue una soluzione possa essere il sovranismo europeo?
È un concetto che uso spesso. Oggi nessuno Stato europeo, preso singolarmente, può parlare davvero di sovranità in senso pieno. Gli unici attori che possono farlo sono grandi potenze come Stati Uniti, Cina, Russia e probabilmente, tra poco, India. La sovranità oggi non riguarda solo la forza economica o militare, ma anche la capacità di esercitare influenza culturale oltre i propri confini. Per questo il sovranismo può esistere solo a livello europeo: significa mettere in comune risorse, capacità e visione strategica, per permettere all’Europa di essere protagonista e non subordinata nello scenario globale. Altrimenti, i singoli Stati nazionali restano troppo deboli. Il tema non è difendere sovranità nazionali isolate, ma costruire una sovranità condivisa che renda l’Europa capace di incidere sul piano economico, politico e culturale.
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