Opinioni

Il campo largo e l’afflato divisivo delle primarie

Invece di unire, rischiano di dividere ulteriormente una coalizione già estremamente eterogenea
Damiano Palano

Damiano Palano

Editorialista

Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa/Riccardo Antimiani © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa/Riccardo Antimiani © www.giornaledibrescia.it

«La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni», recita un vecchio adagio. Qualcosa di simile si potrebbe dire delle Primarie del centro-sinistra di cui si discute da mesi. Introdotte in Italia come uno strumento per «aprire» i partiti, per sottrarre alle segreterie la scelta dei candidati e restituirla ai cittadini, si stanno rivelando un nodo troppo ingarbugliato: un intreccio di veti, tatticismi e calcoli sui sondaggi sempre più pericoloso per la stessa coalizione che dovrebbero rafforzare.

Il quadro in cui il centro-sinistra si trova a discutere è infatti quello di un’incertezza pressoché totale. In primo luogo, non si sa ancora quale sarà il sistema elettorale. La riforma approvata dal Senato – con la soglia del 42% per il premio di maggioranza e l’obbligo per ogni coalizione di indicare il proprio candidato alla presidenza del Consiglio al momento del deposito delle liste – attende ancora il voto definitivo della Camera. È ormai quasi scontato che la legge verrà approvata, ma le opposizioni promettono battaglia e non escludono il ricorso alla Consulta.

In secondo luogo, non sono ancora state chiarite le basi programmatiche che tengono insieme la coalizione, dal momento che il «tavolo del programma», annunciato in giugno, è stato rinviato di settimana in settimana, mentre sull’Ucraina, sul riarmo e su molto altro le posizioni del Pd e del Movimento 5 Stelle restano distanti. Inoltre, non è ancora certo con quali regole si svolgerebbero le ipotizzate Primarie, e cioè non si è ancora stabilito chi potrà votare, quando, con quale meccanismo, se con un turno unico o con il doppio turno, con quali garanzie per gli sconfitti.

E non si sa nemmeno se le Primarie ci saranno davvero, visto che Elly Schlein ha definito prima «inutile» il dibattito sulle Primarie e poi le stesse Primarie «inevitabili», Giuseppe Conte le ha accettate a condizione che nessun automatismo consegni la candidatura al partito più votato, mentre una parte consistente del Pd preferirebbe evitarle. Eppure, proprio questa battaglia sulle regole del gioco è destinata a diventare, nelle prossime settimane, la questione principale intorno alla quale tutte le forze del centro-sinistra si misureranno.

Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Le Primarie hanno d’altra parte alle spalle una storia più controversa di quanto la loro reputazione lasci intendere. Furono introdotte negli Stati Uniti, all’inizio del Novecento, dai riformatori dell’età progressista, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso dei «boss» e delle macchine di partito, ossia di quella classe di professionisti della politica che nelle convention controllava la selezione dei candidati. L’esito, nel lungo periodo, fu però ben diverso da quello sperato.

Le Primarie spostarono il baricentro dai partiti ai singoli candidati, resero decisive le risorse necessarie a condurre campagne personali e finirono per consegnare un potere enorme ai grandi gruppi economici in grado di finanziare i candidati. Contribuirono dunque alla progressiva erosione della struttura organizzativa dei partiti americani, che alla fine dell’Ottocento erano invece organizzazioni molto robuste.

Qualcosa di simile è avvenuto anche in Italia. I partiti erano già in profonda crisi quando, nel 2005, l’Unione di Romano Prodi celebrò le prime Primarie di coalizione e quando, due anni dopo, il Partito democratico decise di affidare la scelta del proprio segretario a elezioni aperte a chiunque si dichiarasse elettore del centro-sinistra. Ma le Primarie, tanto quelle di coalizione quanto quelle interne, hanno indubbiamente contribuito a indebolire ulteriormente la struttura del partito, a personalizzarne la vita interna. E soprattutto ad annullare quasi completamente il peso politico degli iscritti, ridotti a una minoranza il cui voto conta meno di quello dell’elettore occasionale che si presenta al gazebo.

Il partito «aperto» si è così trasformato in un partito senza corpo, nel quale la legittimità del leader non discende più dall’organizzazione, ma da una sorta di plebiscito periodico. Quel che si vede oggi, tuttavia, è qualcosa di ancora più insidioso. Le primarie di cui si discute sono sostanzialmente prive di regole: nessuna legge le impone né le disciplina, la loro convocazione dipende dall’iniziativa di uno o più partiti che non sono affatto obbligati a indirle, e il loro esito non vincola nessuno se non sul piano politico. In un contesto simile, lo strumento rischia di trasformarsi in un boomerang.

Anzitutto perché deresponsabilizza i vertici dei partiti: affidare la scelta agli elettori significa, per le leadership, sottrarsi al compito – che dovrebbe essere loro proprio – di negoziare un candidato e un programma e di assumersene la responsabilità. Inoltre, perché apre inevitabilmente controversie sui tempi, sull’ampiezza del corpo elettorale, sul riconoscimento del risultato. Infine, e soprattutto, perché trasforma la campagna elettorale in una lotta interna alla coalizione, in un lungo regolamento di conti tra Movimento 5 Stelle e Pd (oltre che, potenzialmente, persino all’interno del Pd), più che in una sfida agli avversari.

Il risultato sarà probabilmente che chi perde ai gazebo non sarà affatto un alleato entusiasta, mentre chi vince avrà ottenuto un’investitura che gli sconfitti saranno tentati di contestare. Le Primarie, insomma, invece di unire rischiano di dividere ulteriormente una coalizione già estremamente eterogenea, a tal punto che è lecito dubitare che si tratti davvero di una coalizione, e non piuttosto di un cartello di forze tenuto insieme soltanto dall’opposizione al governo Meloni. Se è così, la vera domanda che il centro-sinistra dovrebbe porsi non è chi vincerà le Primarie, ma che cosa esse dovrebbero certificare. Un metodo, per quanto democratico, non può sostituire un progetto che non c’è. E se questo non nodo ingarbugliato non condurrà il centro-sinistra all’inferno, rischia comunque di portarlo ancora una volta alla sconfitta.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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