Il costituzionalista Marco Ladu parla delle legge elettorale in discussione alla Camera.
Qual è il punto più fragile della legge?
La combinazione tra premio di maggioranza e indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio a pena di inammissibilità, con il chiaro intento di sfruttare la leva elettorale per alterare la forma di governo e costruire a ogni costo una maggioranza parlamentare attorno a un capo designato. È il premierato di fatto, che questa maggioranza vuole introdurre surrettiziamente attraverso una legge ordinaria persino dopo la clamorosa sconfitta nel referendum sulla magistratura.
Dove finisce l’esigenza di garantire la governabilità e dove, secondo lei, inizia l’alterazione della rappresentanza?
Il problema non è il premio in sé, già considerato ammissibile dalla Corte, ma purché non si sacrifichi in modo sproporzionato la rappresentanza. Dobbiamo quindi guardare alla riforma nel suo complesso: punta ad azzerare il ruolo delle opposizioni, a soffocare il pluralismo politico e a ridurre la complessità, trattandola come un intralcio anziché affrontarla con la paziente ricerca di sintesi.
Il Parlamento, però, sta ancora discutendo: non state chiedendo ai giudici di entrare in una scelta politica?
Ci prepariamo, ma i ricorsi partiranno solo dopo la pubblicazione della legge. La politica sceglie le regole, ma deve rispettare a sua volta le regole democratiche e, quindi, anzitutto la Costituzione.
Prima di arrivare alla Consulta dovete convincere un giudice. Qual è il vero ostacolo: dimostrare la lesione del diritto di voto oppure dimostrare che la questione può essere esaminata prima ancora che si voti con questa legge?
Confidiamo nei precedenti. La Corte ha giudicato l’Italicum prima che fosse applicato. Resta da motivare l’incidenza delle norme sul diritto-dovere di voto. Inoltre, attendiamo dalla Cassazione indicazioni sul Rosatellum.
Quale modifica sarebbe sufficiente a far venir meno almeno una delle ragioni del vostro ricorso?
Di questa legge è sbagliato l’impianto. Persino le preferenze sono uno specchietto per le allodole, inserite in un sistema irrigidito dai capilista bloccati e dalle liste per l’attribuzione dei 70 deputati e 35 senatori del premio, con ulteriori criticità nei collegi più piccoli. Ci siamo disabituati al confronto politico, anche accesso, e qualcuno vorrebbe che cedessimo al fascino militaresco di chi comanda. In questo modo, però, si smette di essere cittadini e si diventa sudditi.




