C’è un protagonista poco appariscente, almeno a livello mediatico, ma che gioca ruoli sempre più determinanti nelle scenario medio orientale ed è il Pakistan. Il recente dispiegamento di forze armate pakistane in Arabia Saudita è infatti qualcosa di più rilevante di una notizia militare.
È un indicatore di mutamenti di strategie e geopolitica nell’area cruciale del Golfo ma non solo. Non si tratta di una presenza solo simbolica: Islamabad sta schierando infatti nel Regno saudita ottomila uomini (con opzione per aumentarli sino a ottantamila), un intero squadrone di caccia intercettori JF-17 Thunder e un sistema missilistico antiaereo HQ-9, di fabbricazione cinese.
Gli attacchi iraniani hanno messo in crisi le prospettive saudite: il Paese è ricchissimo, militarmente moderno, ma si è scoperto vulnerabile e senza profondità strategica, a causa della fragilità dei «colli di bottiglia» degli stretti di Hormuz, nel Golfo Persico, sotto il giogo iraniano e Bab el Mandeb, nel Mar Rosso, sotto la perenne minaccia degli Houti (fiancheggiatori di Teheran). Non è solo questione di transito di petroliere: è sempre a rischio collasso l’intero sistema energetico, finanziario, logistico e idrico (fondamentale per la sopravvivenza).
L’Arabia è alleato storico degli Usa, ma Washington si è rivelata partner sempre più esigente quanto imprevedibile e la certezza che sia disposta a «morire per Riad» non è scolpita nel granito. Il Regno saudita deve constatare che un mondo unipolare come lo abbiamo sin qui conosciuto non esiste più e, quindi, gioca su più tavoli: il Pakistan, Paese musulmano sunnita come l’Arabia, è poco esposto al giudizio dell’opinione pubblica occidentale, ha forze militari imponenti, che può impiegare senza particolari timori di opposizione interna, e, soprattutto, è una potenza nucleare.

Ciò non significa che Riad stia pensando di mettersi sotto la protezione dell’ombrello atomico di Islamabad, ma nella partita geostrategica le percezioni anche non espresse giocano ruoli importanti. Un fattore, il nucleare di Islamabad, che in più può contribuire a scompigliare le certezze degli iraniani, sciiti imamiti.
Il Pakistan, economicamente fragile, offre a Riad sicurezza in cambio di sostegno finanziario e petrolifero. Vanta rapporti stabili, pur se alchimisticamente complessi, con gli Usa, è sostenuto militarmente dalla Cina ed economicamente dai Paesi del Golfo: diventa così una cerniera importante in uno scacchiere fragilissimo ed instabile, specie se giocherà bene (come pare stia facendo) le sue carte per non apparire al mondo come «esercito mercenario» di Riad.
Chi ne trae vantaggio, come sempre senza sparare un colpo, è certamente la Cina: i caccia JF-17, infatti, sono stati sviluppati da Pechino in partnership col Pakistan e i missili HQ-9 sono interamente cinesi (derivati dal russo S-300). Infilandosi nelle crepe aperte dal conflitto con l’Iran e dalle incertezze della Casa Bianca, la Cina va così ad incrinare, pur senza poterlo soppiantare nella sua sempre formidabile architettura, il monopolio tecnologico militare Usa nel Golfo. E ciò senza che The Donald possa fare in proposito la voce grossa, visto che l’inserimento nello scacchiere del «quasi alleato» pakistano giova anche a lui in chiave anti iraniana.
Per contenere Teheran non è forse solo fantapolitica pensare che il principe Mohammad bin Salman guardi ancora più in là, soppesando l’idea di un «triangolo sunnita» tra Riad, Islamabad e Ankara, offrendo profondità demografica e strategica sino a Bengasi, nella Libia del maresciallo Haftar (a cui il Pakistan sta fornendo gli stessi caccia JF-17), con notevoli capacità convenzionali a cui unire deterrente nucleare. Scenario però assai instabile in prospettiva, perché la Turchia è Paese Nato, l’Arabia non rinuncia a politiche autonome e Islamabad (allineata militarmente a Pechino) non muore certo dal desiderio di collidere con l’Iran (pure sostenuto da Pechino).
Ma la strategia non limpida e per troppi versi ondivaga di Trump spinge sempre più verso una regionalizzazione degli equilibri di potenza. Quel che è certo è che la guerra all’Iran sta ridisegnando, come probabilmente i pianificatori israeliani e americani non avevano messo in conto, il futuro del Medio Oriente. Futuro che, purtroppo, non sarà meno militarizzato.




