A metà maggio la Gerald R. Ford, la più moderna delle undici portaerei della US Navy, è rientrata in Patria, a Norfolk, in Virginia, assieme a due unità di scorta (i cacciatorpediniere Bainbridge e Mahan). La nave è stata protagonista assoluta della missione «Epic fury» d’attacco all’Iran, teatro da cui è stata distolta dopo alcune settimane, a marzo, a causa di un incendio nella lavanderia, con tre marinai feriti, un centinaio di intossicati da fumo e l’inutilizzabilità conseguente di altrettanti posti letto.
Dopo una sosta a Souda Bay (Creta), la Ford ha raggiunto Spalato, in Croazia, dove sono stati ripristinati i danni, sia alla lavanderia, sia al sistema idraulico di scarico collegato a 650 servizi igienici, indispensabili per la vita dei 4.500 membri dell’equipaggio (danni dovuti non certo a «colpi» iraniani, visto che lavanderia e impianto idraulico sono interni allo scafo, che non presentava alcun segno di penetrazione). La Ford e il suo gruppo navale hanno stabilito il nuovo record di impiego ininterrotto, restando sempre in missione per 326 giorni (era salpata dagli Usa il 24 giugno 2025) tra Mediterraneo, Caraibi e Medio Oriente, superando di un mese quello della Lincoln che nel 2020 rimase in missione per 295 giorni.
I numeri li ha forniti la stessa Us Navy: 23 rifornimenti (di munizioni, vettovaglie e carburante per i jet, perché la nave, come ogni portaerei Usa è propulsa da un reattore nucleare che viene «rifornito» solo ogni 20-25 anni), 57.700 miglia nautiche navigate (quasi 107mila km), 5.760 ore di volo del gruppo aereo imbarcato con oltre 12.000 lanci e appontaggi. Per questo il «Carrier group» è stato insignito della Presidential Unit Citation, la più alta onorificenza collettiva prevista negli Usa per unità in combattimento.
The USS Gerald R. Ford the world's largest aircraft carrier triumphantly returned to Naval Station Norfolk on May 16 after an extraordinary 11 month deployment pic.twitter.com/tYSHQPKeeZ
— JayJosephVet (@JayJosephVet) May 30, 2026
C’è anche però un’altra lettura per questo elenco di record, che obbliga a considerare con attenzione le implicazioni che questi numeri hanno sul fattore umano, imprescindibile componente di qualunque operazione militare. La portaerei è un ambiente molto complesso che sottopone donne e uomini a stress: spazi ristretti, pensati al centimetro, rumore, assenza di vera privacy, turni di sonno distribuiti nelle 24 ore (raramente oltre 5, 25 ore secondo la stessa Navy), influiscono negativamente già in condizioni normali; quando a ciò si aggiungono la concitazione delle operazioni e la percezione del rischio in zona di combattimento il carico di stress aumenta rapidamente.
È un problema connaturato al mondo militare e gli equipaggi sono addestrati a svolgere i compiti anche a fronte di fatica. Ma se la missione si prolunga oltre limiti già «esplorati» concentrazione, tenuta emotiva e conseguente adeguatezza delle decisioni ne risentono. A queste condizioni si aggiunge poi quella, che individualmente può pesare anche molto, della eccessiva lontananza dagli affetti: sempre la Marina Usa ha reso noto che in questi undici mesi ben 78 membri dell’equipaggio delle tre navi sono diventati genitori e altre decine non hanno più incontrato i loro figli che erano appena nati.
Questo aspetto sta a cuore alla Navy, che ha commissionato indagini e studi: il più noto, il Rand Deployment Life Study è del 2016, svolto su 2.700 famiglie di militari. Famiglie che, in genere, mostravano buona resilienza, resilienza che però andava scemando in progressione, in relazione alla durata della missione, incidendo su insoddisfazione coniugale, sintomatologie dei figli e contrasto tra le aspettative sul rientro e l’eventuale condizione psicologicamente traumatizzata del reduce.
Alex Pineschi, il volontario italiano morto pochi giorni fa al fronte in Ucraina, commentava in un messaggio ad un amico: «Tutti parlano di droni, ma nessuno racconta quanti non partono, precipitano o vanno fuori rotta», aggiungendo che oltre allo stress la stanchezza fisica diventava ogni giorno più pesante («Avrei bisogno di allenarmi – raccontava – ma non c’è tempo»). Alla fine la guerra, che incredibilmente e crudelmente accompagna la nostra storia da millenni, resta sempre e soprattutto un problema di esseri umani.



