Opinioni

Meloni e Vannacci, sfida per il centrodestra

L’ex generale sfida la premier sul terreno della destra più radicale e punta a sottrarle voti proprio dove Fratelli d’Italia era finora senza concorrenti. La partita potrebbe trasformarsi in una guerra fratricida per la leadership dell’area sovranista
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Giorgia Meloni e Roberto Vannacci - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni e Roberto Vannacci - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Dopo la vittoria dell’AfD in Sassonia – partito che condivide con Futuro nazionale l’affiliazione al gruppo sovranista del Parlamento europeo – si pone sempre più anche da noi il problema della compresenza di due soggetti politici – quello di Vannacci e Fratelli d’Italia della Meloni – che hanno una radice comune a destra e che sono destinati a scontrarsi prima o poi in una guerra fratricida alla fine della quale ci sarà solo un vincitore.

La Meloni, nel 2022, vinse e poté governare più a lungo dei suoi predecessori grazie alle divisioni nell’attuale «campo largo» ma soprattutto perché – nei dieci anni antecedenti – era stata sempre all’opposizione di ogni Esecutivo. La Lega aveva collaborato col Conte uno e poi con Draghi; Forza Italia con Draghi; il M5s era stato in tutte le maggioranze della scorsa legislatura, avendo per due volte la presidenza del Consiglio; il Pd e gli altri di centrosinistra avevano sostenuto il Conte due e Draghi. Poiché gli italiani, negli anni Dieci, avevano premiato di volta in volta tutti i partiti allontanandosene poi delusi, era il turno della vittoria di Fratelli d’Italia, ampiamente annunciata già dal 2021. Senza contare che i nostri connazionali non hanno mai confermato una maggioranza uscente, dal 1996 in poi. Il governo in carica può fare faville, ma stanca e alla fine paga sempre il conto.

Finché la Meloni non aveva avuto una concorrenza a destra, la sua linea – che in politica economica e sul sostegno all’Ucraina ricalca perfettamente quella di Draghi – ha rassicurato gli italiani e soprattutto i suoi elettori, che non le hanno fatto mancare consensi aggiuntivi alle elezioni europee del 2024. Ma questa «melonizzazione» (che è un po’ andreottiana, se vogliamo) ha fatto alienare alla premier le simpatie di tutte le ultradestre europee, che giudicano la nostra presidente del Consiglio troppo moderata, in contrasto col programma radicale che FdI e la coalizione avevano presentato – in termini soprattutto di immigrazione e tasse – nel 2022.

I leader di AfD sorridenti dopo la vittoria - Foto Ansa/Epa/Clemens Bilan © www.giornaledibrescia.it
I leader di AfD sorridenti dopo la vittoria - Foto Ansa/Epa/Clemens Bilan © www.giornaledibrescia.it

In politica si è dunque creato un vuoto a destra, ed è arrivato al momento giusto Vannacci – che prima si è fatto eleggere con una Lega già in declino e bisognosa dei cinquecentomila voti del generale, poi si è messo in proprio e ha cominciato togliendo al Carroccio quasi tutti i voti del salvinismo sovranista, lasciando al partito che fu di Bossi solo i consensi originari dello storico blocco elettorale nordista – che da qualche tempo ha iniziato a erodere anche il patrimonio in voti di FdI.

Lo fa perché usa un meccanismo collaudato: 1) la Meloni non ha mantenuto tutte le roboanti promesse della campagna elettorale del 2022; 2) chi governa stanca gli elettori; 3) la destra dura e pura, quella che guarda al neonazismo tedesco e alle radici neofasciste missine e della Repubblica sociale, non si riconosce certo nella gestione prudente della premier; 4) anche se ogni tanto c’è qualche scaramuccia nazionalista con la Francia o con la Spagna e magari con l’Unione europea, l’Italia resta saldamente nel quadro delle alleanze storiche; 5) c’è una quota di elettori – inizialmente soprattutto leghisti e in piccolissima parte del M5s, ora forse anche di FdI – che comincia a guardare con una certa simpatia alla Russia, anziché all’Ucraina, mentre la Meloni – pur fra qualche equilibrismo – resta sulla linea pro Kiev.

Vannacci dice: io farò quel che la Meloni non può fare (per colpa di Forza Italia) o non vuole fare, quindi votate me, non lei, perché io sono la destra vera che avete sempre voluto, quella che da ottant’anni non tradisce. La Meloni, invece, sa di poter provare a mettere sul tavolo qualche inasprimento della propria politica e qualche slogan, ma se va troppo a destra non sfonda fra i vannacciani e perde consensi verso gli azzurri; Salvini, dal canto suo, è stato già prosciugato da Futuro nazionale e deve solo pensare a sopravvivere politicamente, ecco perché chiede che le politiche si svolgano il più tardi possibile.

L’idea del ballottaggio nella legge elettorale può permettere alla Meloni di ottenere al secondo turno i voti di Vannacci senza chiederglieli, ma non dimentichiamo che l’elettorato di Fn è di protesta; non ci stupiremmo se il generale, dopo aver incassato un 10% dei voti al primo turno, chiedesse alla premier uscente posti nel nuovo governo e un programma di ultradestra, minacciando di invitare i suoi ad astenersi (tanto, per chi sta all'estrema, è paradossalmente meglio avere di fronte un governo di sinistra che uno di destra, perché così si additano un nemico – quello che governa – e dei «traditori» – gli altri dell’opposizione che hanno governato male e hanno perso). Per questo, siccome un accordo Meloni-Vannacci distruggerebbe l’attuale assetto del destracentro, l’unico esito possibile è lo scontro fra FdI e Fn: sarà una competizione durissima per i voti della stessa area.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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