Per un destino cinico e baro e per non pochi errori umani, quel Matteo Salvini che sollevò una Lega bossiana ormai moribonda e ingolfata di scandali fino all’empireo del 34 per cento delle europee del 2019, è lo stesso che la sta trascinando giù verso gli ultimi posti della classifica dei partiti: al 5 per cento scarso.
Dal tonfo del Papeete al tradimento di Vannacci che ora gli sta voracemente succhiando i voti dalle botti nordiste e non solo, Salvini finora si è salvato solo perché è stato al governo in posizione comunque cruciale. Ogni volta che l’asticella della Lega scendeva, noi giornalisti andavamo prevedendo congiure, rivolte, sale della pallacorda, vedrai ora lo cacciano.
Macché, i generali dello stato maggiore – Zaia, Fontana, Fedriga, Fugatti e magari Giorgetti – sempre sul punto dell’ammutinamento al momento buono si tiravano indietro e riabbracciavano il capo promettendogli fedeltà. Tant’è che l’anno scorso, quando già la Lega sovranista, nazionale, filoputiniana e innamorata del ponte di Messina era in cattive acque, rielessero Salvini segretario all’unanimità: nessuno fiatò.
Eppure i malumori dilagavano, soprattutto al Nord, nelle sacche lombardo-venete, «e così non si può andare avanti» diceva ieri come oggi Massimiliano Romeo. Il segretario lombardo, uno dei primi eretici, adesso si comincia a trovare in buona compagnia, come ieri sera si è visto alla Versiliana al dibattito con Attilio Fontana che da un po’ di tempo ha preso fiato e fatto capire che Salvini potrebbe anche fare un passo indietro, o almeno farsi circondare dai seniores e dar retta al loro parere, se si vuol salvare la barca dal definitivo naufragio.

Che si annuncia essere dietro l’angolo: non solo perché quel 5 per cento di voti previsti dai sondaggi è molto malsicuro, ma anche per la ragione che la nuova legge elettorale che la Meloni sta imponendo, col passaggio dai collegi uninominali al proporzionale potrebbe significare il massacro dei candidati leghisti alle prossime elezioni politiche. Eppure curiosamente Salvini snobba l’argomento: «Per me basta che assicuri la stabilità di governo» continua a dire, indifferente al destino dei suoi sodali che potrebbero non calcare più i preziosi marmi di Montecitorio e di Palazzo Madama.
Tra un mese c’è Pontida e sul pratone già compaiono i cartelli con le scritte dei tifosi: Il Capitano non si tocca si legge da una parte; prima il Nord, basta col Ponte, si ribatte da un’altra angolatura. Ma attenzione: dicono i sondaggisti che la base leghista sta ancora con Salvini, e in larga maggioranza: insomma, il segretario avrebbe ancora delle carte da giocare e potrebbe sfangarla anche questa volta.
Ma nel frattempo riuscirà a tenere la base parlamentare ora che la legge elettorale è di nuovo sottoposta al voto parlamentare (ricorderete il brutto scherzo dei franchi tiratori della Camera sulle preferenze)? Ma, più in generale, Salvini, a parte i suoi fedelissimi (Sardone, Durigon, Caccardi, Crippa, ecc.) controlla ancora la Lega alla Camera e al Senato? Domande cruciali per il governo nell’anno che precede le elezioni. Ma non solo di questo Meloni evidentemente si preoccupa: più la Lega deperisce, infatti, più Vannacci diventa indispensabile per vincere le prossime elezioni. E questa, per il centrodestra, non è una buona notizia.




