Da Mavi Marmara alla Flotilla, le fratture nel Mediterraneo

La storia recente del Medio Oriente porta in sé paradossi talmente profondi da essere penetrati anche nel lessico. Nel maggio del 2010, le truppe speciali israeliane fermarono con estrema violenza il tentativo di violazione del blocco marittimo delle acque antistanti la Striscia di Gaza da parte della Mavi Marmara, imbarcazione turca parte della Freedom Flotilla. Al dichiarato intento iniziale di portare aiuti umanitari subentrò anche allora l’obiettivo politico di forzare il blocco, cercando di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla condizione degli abitanti di Gaza, ormai usciti dalla narrativa e dall’interesse generale.
Israele rispose con l’Operazione Mare Calmo che ebbe esiti drammatici. Dal punto di vista umano gli scontri sulla nave presa d’assalto causarono la morte di dieci attivisti; sul piano diplomatico segnò la rottura di quell’alleanza strategica tra Ankara e Gerusalemme, che sin dagli anni Novanta aveva rappresentato un elemento di stabilità nell’architettura geopolitica mediorientale.
Oggi sono ancora gli incursori dello Shayetet-13, unità antiterrorismo incaricata anche della liberazione di ostaggi in contesti marittimi, il cui nome significa «Flottiglia», a fermare il tentativo di forzare il blocco israeliano da parte di un’altra flottiglia, la Sumud, termine arabo che può essere reso con resilienza, ma anche con caparbietà.
L’episodio della Sumud Flotilla si configura come un importante indicatore delle trasformazioni trasversali in atto nell’assetto e nella gestione politica del Mediterraneo orientale. Se da un lato evidenzia la capacità della società civile transnazionale di mobilitare risorse materiali e simboliche su questioni verso le quali la comunità politica internazionale ancora arranca, riportando l’attenzione sul piano umanitario; dall’altro può ingenerare crisi diplomatiche e ostacolare i già flebili tentativi di risoluzione del conflitto, sclerotizzando ancor di più le componenti divisive, tanto a livello internazionale quanto all’interno dei singoli Stati, come sta avvenendo anche in Italia. L’episodio ha già suscitato legittime reazioni di diversa intensità: condanne pubbliche, indagini, espulsioni di diplomatici e misure simboliche da parte di Stati terzi.
UPDATE:
— Global Sumud Flotilla ✨ (@GSMFlotilla) October 2, 2025
A new wave of ships is currently sailing through the Mediterranean including ten vessels that left Italy five days ago.
Among them is the Al-Damir ship, which is carrying journalists, doctors and activists.
DESTINATION: #GAZA pic.twitter.com/vGiVKzSs1H
Sviluppi che producono un incremento della pressione diplomatica su Israele, ma che tuttavia possono acuire le linee di frattura con i partner regionali. La polarizzazione delle risposte nazionali rende più difficile la formazione di una politica europea univoca e la conseguente risposta frammentaria finirebbe per avvantaggiare paesi come Russia e Cina, che puntano a minare l’unità euro-mediterranea.
Allo stesso tempo il rafforzamento di narrative anti-israeliane e la strumentalizzazione dell’evento rischiano di alimentare gruppi che mirano a capitalizzare il malcontento regionale, alimentare focolai di radicalizzazione anche in Europa, con un innalzamento del rischio di attacchi terroristici verso obiettivi ebraici, israeliani o verso attori percepiti come filo-israeliani. Il caso di ieri di Manchester ne è una drammatica dimostrazione.
Sul piano più prettamente geopolitico regionale i propositi degli attivisti potrebbero addirittura produrre effetti opposti a quelli auspicati. L’immagine delle navi civili e dei pacifisti fermati rafforza la narrativa dell’assedio di Gaza e delegittima le misure che richiedono ai Palestinesi gazawi di accettare lo smantellamento delle loro reti di autodifesa, come previsto dal Piano Trump e da diversi Stati arabi. Hamas, che ha condannato l’intercettazione, potrebbe sfruttare l’episodio per respingere la richiesta di demilitarizzazione della Striscia così come qualsiasi altro accordo percepito come imposto dall’esterno.

Ciò ridurrebbe enormemente la leva negoziale che l’Amministrazione Trump spera di esercitare per la risoluzione della crisi sia verso Netanyahu che verso Hamas. Inoltre il crescente stato di tensione politica e militare provocato dall’arresto della Flotilla potrebbe altresì minare la credibilità e la fattibilità del dispiegamento della forza di stabilizzazione contenuta nel Piano statunitense.
I governi che vi potrebbero contribuire, come quello della Turchia, Qatar, di alcuni paesi europei e del Golfo, potrebbero ora dimostrarsi riluttanti a partecipare, qualora la situazione sul terreno e in mare divenisse fonte di ancor più gravi tensioni diplomatiche o se i loro rispettivi elettorati reagissero duramente, come sta avvenendo, alle immagini ormai simboliche che l’evento ha prodotto. Il paradosso del Mare calmo sembra così aver provocato proprio il suo diretto opposto. Una nemesi che non fa altro che inasprire scontri interni e internazionali di un mondo sempre più lacerato.
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