Opinioni

Il piano Trump si regge su basi molto fragili

Manca un elemento fondamentale: un interlocutore palestinese che possa suggellare, con una stretta di mano la pace o, quantomeno una tregua con Netanyahu
Il primi ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Usa Donald Trump - Foto Epa/Jim Lo Scalzo © www.giornaledibrescia.it
Il primi ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Usa Donald Trump - Foto Epa/Jim Lo Scalzo © www.giornaledibrescia.it
AA

Trentacinque. Questo il numero stimato di piani di pace, conferenze internazionali, iniziative bilaterali e mediazioni che dal 1937 ad oggi hanno tentato di risolvere lo scontro prima tra ebrei e arabi, poi dal 1948 tra israeliani e arabi e infine con i palestinesi.

Dieci i progetti formali principali, dalla Commissione Peel agli Accordi di Oslo, da Camp David al Peace to Prosperity di Trump del 2020. Almeno venti le iniziative bilaterali significative, sette le grandi conferenze multilaterali. Un’architettura diplomatica imponente che non ha prodotto pace, ma un’erosione progressiva della fiducia reciproca. Eppure la diplomazia, se sostenuta da interessi concreti, può rovesciare i destini della regione. Così fu durante il 1978, quando Carter assistette compiaciuto alla stretta di mano tra Begin e Sadat presso la Camp David Presidential Retreat, nel Maryland. Così fece Clinton, abbracciando idealmente Rabin e Arafat sul prato della Casa Bianca, trasmettendo al mondo l’illusione di normalità: i due nemici storici pronti a convivere in due Stati.

Oggi al piano Trump, dettagliato in 20 punti, che ha la pretesa di essere esaustivo, manca un elemento fondamentale: un interlocutore palestinese che possa suggellare, con una stretta di mano la pace o, quantomeno una tregua con Netanyahu.

La proposta

Le linee principali della proposta sono note: la ricostruzione di Gaza con investimenti per 50 miliardi di dollari, un sistema di garanzie di sicurezza che coinvolgerebbe Stati Uniti, Egitto e alcune monarchie del Golfo, il disarmo progressivo di Hamas, con la sua definitiva esclusione da ogni forma di potere o gestione di esso, Gaza «deradicalizzata», libera dal terrorismo e trasformata in zona demilitarizzata, lo sviluppo di infrastrutture civili e corridoi umanitari controllati da un’autorità internazionale. In cambio, i palestinesi dovrebbero accettare una sorta di sovranità limitata, rinunciando a esercito e politica estera autonoma, supervisionata da un nuovo organismo internazionale di transizione dall’altisonante nome di Consiglio della Pace, composto da Trump e da altre personalità tra le quali l’ex primo ministro britannico Tony Blair.

Tony Blair potrebbe guidare la transizione - Foto Epa/Olivier Matthys © www.giornaledibrescia.it
Tony Blair potrebbe guidare la transizione - Foto Epa/Olivier Matthys © www.giornaledibrescia.it

Israele, da parte sua, si impegnerebbe a congelare l’espansione di nuove colonie in Cisgiordania già in significativo stato di avanzamento. L’impianto è coerente con un approccio tipico della presidenza Trump: la pace non come frutto di concessioni politiche reciproche, ma come esito di incentivi economici. I punti di forza del piano non mancano.

La promessa di investimenti massicci potrebbe iniziare a dare respiro a una popolazione stremata da una guerra che si avvia al terzo anno, aggravata da un durissimo assedio e da un conclamato collasso economico. La partecipazione delle monarchie del Golfo, interessate a contenere l’influenza iraniana, aggiunge sicuramente un elemento di pragmatismo al progetto. Anche l’idea di un meccanismo internazionale di monitoraggio della sicurezza potrebbe garantire a Israele quella protezione che considera imprescindibile. Ma altrettanto evidenti sono i nodi critici.

Criticità

Per i palestinesi, la rinuncia a un pieno Stato sovrano equivale a sancire un futuro di dipendenza. L’assenza di Gerusalemme Est dal piano rende difficile pensare a un consenso dell’Anp. Sebbene premiata con la riconquista politica di Gaza, l’Autorità è penalizzata dal fatto che il piano non contempli nessuno smantellamento delle colonie ebraiche già esistenti in Cisgiordania, rendendo impossibile una sua omogeneità territoriale, elemento imprescindibile per il riconoscimento di uno Stato.

Gaza City distrutta dai bombardamenti - Foto Epa/Mohammed Saber © www.giornaledibrescia.it
Gaza City distrutta dai bombardamenti - Foto Epa/Mohammed Saber © www.giornaledibrescia.it

Hamas, pur indebolito militarmente, difficilmente accetterebbe un disarmo che ne sancirebbe non solo la fine politica, ma la sua stessa esistenza. In questo caso non bisognerebbe sottovalutare l’eventuale diaspora dei sui membri che potrebbero formare nuovi centri di resistenza in altre parti del Medio Oriente, alimentando l’instabilità dei paesi arabi che oggi stanno sostenendo il piano. Sul fronte israeliano la destra nazionalista considera già eccessivo il semplice congelamento delle colonie e guarda con sospetto a ogni forma di vincolo internazionale.

La prospettata nomina di Tony Blair come direttore dell’Autorità Internazionale di Transizione solleva questioni di legittimità e credibilità. L’ex premier, coinvolto nell’invasione dell’Iraq del 2003 sulla base di notizie di intelligence rivelatesi false sulle armi di distruzione di massa, rimane una figura controversa nel mondo arabo. La sua designazione, frutto della collaborazione con Jared Kushner, genero di Trump e architetto degli Accordi di Abramo, appare dettata più da logiche di continuità con il network trumpiano che da considerazioni di accettabilità regionale. Si potrebbe dunque prospettare almeno in una accettazione parziale della proposta: via libera agli investimenti e alla ricostruzione, ma senza intese politiche definitive. Sarebbe una tregua armata, con Gaza trasformata in un protettorato de facto, utile a contenere l’emergenza ma incapace di risolvere le cause profonde del conflitto. Siamo in presenza di un progetto di ingegneria geopolitica per congelare il conflitto con incentivi economici e garanzie di sicurezza.

La sua logica è realista: assicurare a Israele stabilità e ridurre la penetrazione iraniana nella regione. Trascurando la dimensione identitaria e sovrana della questione palestinese, il Piano rischia di replicare l’esito fallimentare di Oslo: un’illusione diplomatica, fissata in una fotografia iconica, incapace di tradursi in una stabilità duratura.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.