La Russia ha inviato un messaggio ufficiale alla Nato che peggiora l’escalation in corso. E afferma: c’è «un alto rischio di esplosione di un conflitto armato con la possibilità di attacchi russi contro i centri decisionali dei paesi Nato». Questa affermazione apocalittica arriva al culmine di mesi di tensioni sul Baltico e di crescenti provocazioni russe contro paesi della Nato – la cosiddetta guerra ibrida, fatta di sconfinanti di droni, di sabotaggi e di azioni volte non tanto a creare un danno immediato, ma a far aumentare la paura.
E dopo che a metà agosto la Nato aveva lanciato un’esercitazione non annunciata che aveva accerchiato Kaliningrad e messo in campo i più potenti mezzi di guerra elettronica che l’Alleanza possiede. Essi potrebbero disabilitare una significativa porzione delle difese radar dell’exclave, accecandola. Nemmeno una settimana dopo, il direttore della Cia si era recato a Mosca, quasi certamente per scoraggiare un’ulteriore escalation nelle azioni di Mosca contro paesi Nato – e portando l’esempio del riuscito accerchiamento di Kaliningrad come monito.
La reazione di Mosca si è fatta attendere. E ora è arrivata in tutta la sua gravità. Kaliningrad è una spoglia di guerra della titanica battaglia dell’Urss contro il nazismo. Perché Kaliningrad era Königsberg, capitale della Prussia, cuore pulsante del militarismo tedesco anche prima di Hitler. La toponomastica dei paesi vicini alla città celebra l’eroismo sovietico della Seconda guerra mondiale. E la città stessa porta ancora il nome dell’uomo che fu Presidente dei Soviet per decenni, Michail Kalinin. Ma Kaliningrad è anche una punta di lancia conficcata nella Nato, una base missilistica chiave per porre le capitali europee ancora più fermamente nel raggio della armi nucleari russe.

La tensione che sta crescendo a Kaliningrad non deve far credere che la Russia stia per invadere i baltici (non ne ha le forze). O che la Nato intenda prendere l’exclave russa con la forza (non ne ha alcun interesse). Il rischio è più insidioso. Perché la comunicazione di Mosca alla Nato aumenta un’escalation russa di ben più lunga durata. Ce lo ricorda Putin stesso, che afferma: «Non abbiamo cominciato noi la guerra, ci hanno costretto a difenderci». Si riferisce alla guerra in Ucraina – quella cominciata proprio da lui con l’obiettivo di riportare tutta l’Ucraina nell’orbita di Mosca e di sancire l’inizio di un nuovo (dis)ordine mondiale, governato dalla legge del più forte. Una guerra che la Russia non riesca a vincere sul campo. E che Putin ora vuole volgere a proprio vantaggio bombardando sempre più pesantemente l’Ucraina e portando al limite massimo la guerra ibrida contro l’Europa, con l’obiettivo di costringerla a interrompere il supporto per Kiev.
La dedizione di Putin alla sua causa imperialista è totale. Da essa dipende la stabilità del suo regime. Ecco perché è disposto a minacciare, per l’ennesima volta, anche l’olocausto nucleare. Non si tratta però di una boutade, ma di azioni che rischiano di innescare una spirale fuori controllo. La cosa più allarmante è che Putin lo sa benissimo. E si sta attrezzando.
Mosca sta riattivando il sistema Perimeter, risalente all’epoca sovietica e progettato per garantire una rappresaglia nucleare anche in caso di distruzione della struttura di comando russa. Il sistema raccoglie continuamente dati da sensori in tutta la Russia per rilevare eventuali detonazioni nucleari. Se i sensori confermano un attacco, Perimeter verifica i suoi collegamenti di comunicazione con l’alto comando. Se le linee di comunicazione risultano interrotte, il controllo passa al sistema automatizzato. Vengono lanciati missili che, sorvolando la Russia, diffondono codici di lancio criptati verso i silos nucleari e le batterie mobili ancora funzionanti.
Sembra la trama di un film di spionaggio della Guerra fredda. Ma è la realtà. E le tensioni tra Russia e Occidente stanno arrivando a livelli mai visti persino durante la Guerra fredda.




