La guerra in Ucraina è da anni in una fase di attrito. La fallita controffensiva di Kiev del 2023, che nelle speranze di Zelensky avrebbe dovuto espellere le truppe russe da buona parte del paese, ha chiuso la fase degli sfondamenti. Le forze russe hanno cominciato una lenta avanzata su tutto il fronte, a prezzo di centinaia di migliaia di morti. Nel 2026 la situazione è cambiata: le truppe di Mosca continuano ad avanzare, sebbene a ritmi ancora più lenti, nella regione di Donetsk, mentre sugli altri fronti l’esercito ucraino ha ripreso buona parte del terreno perso dal tardo 2025 in poi.
L’importanza strategica della campagna di bombardamento russa è quindi cresciuta. Mosca ha ulteriormente aumentato le sue capacità produttive di droni e missili e introdotto nuovi velivoli senza pilota a reazione, più veloci e letali. Nel frattempo, l’ormai cronica carenza ucraina di intercettori significa che i missili balistici russi centrano i loro obiettivi in numeri sempre maggiori. Con l’aumentare dei bombardamenti russi, la linea che separa un obiettivo militare ucraino da uno civile si è ulteriormente assottigliata. Non perché il diritto umanitario sia vago: un bersaglio è legittimo solo se contribuisce all’azione militare e la sua distruzione offre un vantaggio militare. Il problema è che una guerra moderna attraversa reti elettriche, infrastrutture energetiche, depositi, ferrovie, magazzini e porti.

La nuova campagna russa contro i distributori ucraini è emblematica di questa l’ambiguità. Dall’inizio dell’estate Mosca ne ha colpiti centinaia. È facile sostenere che il carburante abbia valore militare, ma una stazione aperta al pubblico non è per questo assimilabile a un deposito militare – perché resta innanzitutto un’infrastruttura civile. In Ucraina, poi, i distributori sono molto più che pompe di benzina. Con lo spazio aereo chiuso dal 2022 e milioni di persone costrette a spostarsi su strada, sono diventati nodi della vita quotidiana: negozi, bar, ristoranti, luoghi dove ricaricare un telefono durante un blackout, incontrarsi, distribuire aiuti o prendere un caffè.

È una funzione nota anche nel più ampio spazio post-sovietico: lungo strade immense e territori poco popolati, il distributore può assumere quasi il ruolo della «piazza del villaggio». Putin lo sa bene, ma l’obiettivo dei bombardamenti russi è sia degradare produzione bellica, trasporti, energia ed economia che rendere più costosa, insicura e faticosa la vita civile. Terrorizzare i civili ucraini (e ucciderne, almeno 20.000 dall’inizio della guerra) è chiaramente un modo per tentare di fiaccare la volontà ucraina.
Questo non significa che ogni attacco russo sia diretto contro i civili, né significa che Kiev sia sempre esente da responsabilità. Il caso di Myla, vicino a Kiev, lo ha mostrato brutalmente: il 28 agosto un drone russo ha colpito un deposito di munizioni ucraino, un obiettivo militare. Le detonazioni successive hanno investito case e una struttura per anziani e disabili: 37 morti. Zelensky ha quindi denunciato pubblicamente la «terribile negligenza» di chi aveva immagazzinato esplosivi accanto alle abitazioni e ha ordinato controlli sui depositi.
Ma quella responsabilità ucraina non cancella quella russa. Il diritto impone comunque distinzione, proporzionalità e precauzioni: sapere che un obiettivo militare è collocato vicino ai civili non autorizza automaticamente a colpirlo con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo. Gaza offre un termine di paragone, pur profondamente diverso. In Ucraina la strategia russa non consiste in un bombardamento continuo di un territorio densamente popolato sul modello israeliano, che ha proditoriamente causato decine di migliaia di morti civili. È più dispersa e selettiva, ma resta volta a colpire non solo ciò che aiuta concretamente un esercito a combattere, ma anche ciò che permette semplicemente a una società di continuare a vivere.




