«Allora, com’è andare veloci?». Un bambino guardava dal basso il signor Rail, che si lisciò i baffi. «Non si può raccontare, bisogna provarlo… è un po’ come se il mondo vi girasse attorno». E si mise a girare su sé stesso, lanciando il cappello.
Il 15 settembre 1830 la ferrovia Liverpool-Manchester apriva al servizio passeggeri. Nel primo anno trasportò oltre 400.000 persone. Il successo commerciale fu immediato, e bastò a innescare una delle più imponenti bolle speculative della storia. Tassi ai minimi, credito facile, carbone a basso costo: il sistema economico scommise sulla combinazione carbone-ferrovia. Il Parlamento passò da 199 petizioni per nuove compagnie nel 1844 a 815 nel 1846; gli investimenti ferroviari toccarono il 7% del reddito nazionale, livelli da economia di guerra.
Investivano tutti: professionisti, medici, ecclesiastici, persino le sorelle Brontë. Nessuno incarnò la mania più di George Hudson, il «Re delle Ferrovie», che controllò un quarto della rete inglese prima di crollare, nel 1849, sotto il peso di una frode: dividendi pagati col capitale anziché con gli utili. Uno schema Ponzi che regge finché arrivano capitali freschi. Nel 1847 si fermarono, e fu il crollo.
Charles Kindleberger, sulla scia di Hyman Minsky, ha descritto questa sequenza come quasi meccanica: una tecnologia nuova accende l’entusiasmo, il credito lo trasforma in boom, il boom in euforia, finché la distanza tra prezzi e fondamentali diventa un abisso. Poi il crollo. Ma non tutte le bolle sono uguali: quella dei tulipani lasciò fiori appassiti, quella ferroviaria lasciò i binari. Su questa distinzione l’economista Carlota Perez ha costruito la sua teoria: ogni rivoluzione tecnologica attraversa una fase di «installazione», in cui il capitale finanziario costruisce ben oltre ciò che l’economia reale può giustificare, e una di «implementazione», in cui quell’infrastruttura, pagata da investitori che non rivedranno i loro soldi, diventa la base su cui altri costruiscono valore vero. Lo scoppio della bolla, per Perez, è parte fondante dello sviluppo. È già successo cinque volte: cotone, carbone e ferrovie, acciaio ed elettricità, petrolio e produzione di massa, informatica.
Oggi probabilmente siamo alla sesta ondata. Il suo big bang è ChatGPT, la sua materia prima è l’intelligenza, resa quasi gratuita come la legge di Moore aveva reso gratuito il calcolo. Solo Google, Amazon, Microsoft e Meta investiranno circa 750 miliardi di dollari in data center in due anni; Morgan Stanley stima 3.000 miliardi entro il 2029. Ritornano puntuali i segnali di sempre: indici ai massimi, opzioni call da record, un giovane americano su cinque che specula ogni giorno. E ritornano le architetture opache già viste nel 2000 e nel 2008: finanziamenti circolari, partecipazioni incrociate, debiti fuori bilancio. Eppure un rapporto del MIT rileva che il 95% delle aziende che hanno adottato l’IA generativa non ne ha ancora tratto profitto: siamo ancora nella fase di installazione.
Ma questa ondata pone incognite nuove. I binari del 1870 sono ancora lì; i data center lo saranno in futuro? I chip invecchiano in fretta e i modelli cinesi low-cost potrebbero rendere obsoleta l’intera infrastruttura. La concorrenza non è più nazionale ma globale, e chi vince può controllare il mondo. E il rischio non grava più solo sui piccoli risparmiatori, ma su un pugno di colossi che si finanziano a vicenda: se salta un nodo, il contagio corre lungo tutte le connessioni.
A ogni bolla, come mostrano Reinhart e Rogoff passando in rassegna otto secoli di crisi, gli investitori si ripetono la stessa frase: «Questa volta è diverso». Salvo poi scoprire che quasi mai lo è stato. Se lo sarà per l’intelligenza artificiale non possiamo saperlo. Ma la storia fa venire più di un dubbio.
In fondo, ogni rivoluzione è una questione di tempo: quello, velocissimo, del capitale che scommette, e quello, lento, delle cose che si costruiscono davvero. Alla stazione c’erano quattro orologi, ognuno con un’ora diversa: la Babele delle ore. «Prima viaggiare era lento e casuale, il tempo si smarriva», diceva l’ingegner Bonetti al signor Rail. «Ma il treno è esatto. È tempo divenuto ferro, un legame preciso tra il prima e il dopo. E soprattutto… è velocità». Il signor Rail lanciò il cappello, allargò le braccia e iniziò a girare su sé stesso.




