Le imprese stanno incrementando in modo significativo gli investimenti in Intelligenza artificiale, ma faticano a reperire collaboratori capaci a sfruttare le potenzialità di questa tecnologia, rischiando di frenare la loro competitività o addirittura di rendere sterili dispendiosi progetti di sviluppo. «Quella dell’AI è la sfida che oggi parte dal lavoro e che toccherà tutto il mondo economico», riconosce Davide Dattoli. «L’avvento del digitale, una quindicina di anni fa, aveva introdotto un’innovazione nelle nostre vite: l’AI, semplicemente, è ancora più impattante», aggiunge il fondatore di Talent Garden, la più grande AI transformation school in Europa.
Fino a non molto tempo fa, solo le grandi imprese, quelle con ingenti capitali a disposizione, sostenevano investimenti nella tecnologia. «Oggi invece è la stessa AI che abbassa le barriere all’entrata e nello stesso tempo garantisce un ritorno dell’investimento nel breve periodo», evidenzia il bresciano, ispirato da un’indole progressista e da una speciale sensibilità al cambiamento. Dattoli è sposato, ha tre figli, è tra i volti più noti dell’Innovazione made in Italy, il settore che raggruppa le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ed è anche tra i fondatori di Italian Founders Fund (Iff): il primo fondo di venture capital tricolore creato insieme ad altri colleghi assai famosi di questo mondo fatto di dati, algoritmi, reti neurali e apprendimento automatico per sostenere le nuove generazioni di startup. «L’AI - dice - riesce a cambiare come le persone lavorano e come le aziende fanno a funzionare. L’aumento di produttività che ti porta l’AI, e secondo me siamo ancora all'inizio di quello che vedremo nei prossimi anni, è impressionante. Anche perché sta per arrivare anche a tutto il mondo robotica».
Una bella notizia per Brescia, che in parte ha costruito la sua fortuna portando l’automazione dentro le fabbriche.
«C’è però una profonda differenza: con l’automazione pezzi di ferro erano programmati per fare da A a B, oggi invece, grazie all’AI faranno molto più: si possono muovere da soli, possono imparare cosa devono fare in modo totalmente autonomo e questo aumenta le possibilità e la facilità di utilizzo. Ed è così che le imprese ottimizzano i costi. Questo aspetto lo stiamo riscontrando dalla Cina prima ancora che dagli Stati Uniti, nel senso che paradossalmente, anche se gli Usa sono il primo luogo al mondo dove si sta sviluppando l’AI, la Cina è il primo Paese del globo in cui si sta applicando l’AI alla robotica e all’automazione dei processi. Oggi il 90% della Physical AI è sviluppata in Cina».
Vai spesso in Cina?
«Ho la fortuna di andarci tre o quattro volte l’anno e ogni volta che torno vedo cose oggettivamente inimmaginabili, anche solo tre anni fa. Ciò è il risultato di un grande progetto di cambiamento avviato da Pechino. Una rivoluzione culturale di questo tipo richiede nuove competenze: oggi non esiste lavoro che non sia toccato dall’AI. La tecnologia non fa distinzioni tra "white collar" o "blue collar", è diventato uno strumento imprescindibile di produttività».
C’è anche chi quest’anno l’ha usata per pianificare al meglio le vacanze ...
«Confermo: l’organizzazione delle vacanze è uno degli "spike” (picchi, ndr) più alti traffico online registrati questa estate. Quando parlo dell’uso dell’AI sul lavoro, però, non è come quando interrogo Google: l’AI crea un nuovo modo di lavorare perché integra l’attività individuale con quella di colleghi "fisici" e "virtuali", i cosiddetti "agenti". Torniamo così al punto di partenza: oggi in Italia mancano persone che sanno usare l’AI in questo modo».

Che si può fare per invertire la tendenza?
«L’AI richiede a ognuno di noi di formarsi, indipendentemente dall’età e dal ruolo che occupiamo. L’AI è qualcosa che arriva al mondo del marketing, a quello delle human resources, al finance e pure all’officina. In Talent Garden abbiamo un catalogo con più di 100 corsi che aiutano a capire come il proprio lavoro sta modificandosi, anche grazie all’AI. Secondo noi stiamo per certi versi rivivendo lo stesso momento in cui abbiamo messo sulle scrivanie un computer: tra il 1990 e il 2000 c’è stata una generazione che diceva "io non uso il computer perché i calcoli li faccio a mano" ed è andata in pensione, oggi la nostra generazione (Dattoli è nato nel 1990, ndr) deve imparare a utilizzare quello che una volta era il computer e che oggi è l’AI e che gli cambia totalmente il modo di lavorare».

Per usare l’AI serve una laurea oppure basta una buona applicazione?
«L’AI è una tecnologia semplice da utilizzare, anche se secondo me si sta aprendo uno spacco generazionale. Da una parte ci sono quelli che io definisco "ragazzi anziani", dai vent’anni in su, e dall’altra gli "under 20". Per quest’ultimi l’AI si è già integrata nel modello scolastico, in un nuovo modo di fare i compiti, nella loro quotidianità e quindi stanno prendendo dimestichezza con la tecnologia senza rendersene conto. Stanno crescendo con essa ...».
Perdonami, a questo punto mi sento chiamato in causa: per la generazione dei quasi cinquantenni c’è ancora speranza?
«C’è una generazione di cinquantenni che sa di non sapere, quindi in modo conscio cerca di capire come imparare e si applica oppure decide di non imparare. Poi c’è la nostra generazione, quella di mezzo, che in alcuni casi non si rende ancora conto che l’AI è uno strumento totalmente diverso da un computer o uno smartphone, bisogna saperla usare. Ci sono imprenditori che assumono ragazzi tra i 22 e i 25 anni, convinti di dotarsi in questo modo delle loro competenze nell’AI: in realtà, molti di quei ragazzi hanno studiato senza utilizzarla, pertanto non la sanno usare in modo nativo. Un po’ come la nostra generazione che sapeva usare il computer, ma non l’AI. Entrambi, insomma, abbiamo bisogno di un reskilling e di imparare un nuovo strumento, che per di più stravolge il paradigma di fondo con cui abbiamo sempre costruito e impostato le nostre attività».
In effetti il mercato del lavoro sta già cambiando.
«Il mercato del lavoro, come sempre, si ristabilizza con delle nuove regole, con dei nuovi modi di comprendere e di capire. Per i miei bimbi, visto che il più grande di loro ha 2 anni, ci sarà il tempo per impostare e costruire quello che sarà un nuovo mercato del lavoro che sicuramente sarà molto diverso, non solo da quello che hanno visto i miei nonni, ma anche solo da quello che vediamo noi».
Mi metto allora nei panni di un over 50, non dev’essere così facile ricostruirsi un profilo professionale a quell’età
«Con Intesa Sanpaolo Private Banking sono tre anni che facciamo questo percorso in Talent Garden: abbiamo fin qui abbiamo formato più di 300 persone. Alcune di loro avevano due anni di disoccupazione alle spalle, ma vedi chi ha voglia di fare, a prescindere dall’età, e riesce a emergere. La verità è che viviamo in un mercato del lavoro in cui non esiste più chi può usare la tecnologia e chi è escluso: tutti siamo chiamati in causa in questa sfida. Da un lato ci sono le persone che devono ripensare il loro modo di lavorare e dall’altro ci sono imprese e organizzazioni che non possono semplicemente mettere a disposizione la tecnologia con qualche licenza, ma devono ripensare in modo strutturale come quell’azienda funziona. Alle persone va re-insegnato a lavorare con degli strumenti totalmente diversi».

In altre parole: l’AI non ha ancora tolto lavoro, ma ha cambiato il lavoro. Sei d’accordo?
«Assolutamente sì. Ad oggi l’AI è un supporto al lavorare meglio. Io la paragono a un esoscheletro: è un qualcosa che se tu sai già spostare un oggetto di 5 kg, con il suo supporto riesci a farlo anche per un pezzo da 50 kg, per di più in un tempo più veloce: insomma, è un’opportunità enorme».
Pensi che l’Italia si sia accorta di questa potenzialità?
«Sicuramente siamo tra i Paesi più in ritardo in Europa. L’AI, come ti dicevo prima, è un altro modo di lavorare, facciamo fatica a capirlo. Ti porto un esempio. In Talent Garden abbiamo degli agenti che avanzano proposte e progetti ai clienti. Inoltre abbiamo altri agenti (in questo caso virtuali, creati con l’AI, ndr) che, come se fossero clienti, guardano gli stessi progetti e interagiscono con gli altri agenti dicendogli come migliorare le proposte. In questo modo accresciamo ulteriormente la qualità della nostra offerta. In Italia spesso si pensa che lavorare con l’AI sia preparare una presentazione con ChatGpt o Claude. In realtà, l'AI è un nuovo modo di lavorare dove devo pensare che nell’organigramma abbiamo messo il nome dei nostri dipendenti e il nome degli agenti che lavorano con i nostri dipendenti per fare attività e creare iniziative».
Per far funzionare un software ci vuole tempo, per adottare l’Ai nei processi produttivi ne serve molto di più?
«A mio parere adottare l’AI è molto più semplice e veloce di quanto si faceva per imparare alcune funzioni tecnologiche fino a qualche anno fa. Se prima dovevi implementare un Erp o un Crm ci mettevi mesi o anni. Ora non hai più bisogno di questi blocchi monosistemici. È cambiata l’interfaccia: tu non devi più avere dei software e abituarti a quei tipi di programma, l’interfaccia è diventa interattiva e tu lavori chiedendo cose e il software risponde svolgendo delle attività. In aggiunta, ci sono degli agenti virtuali che vanno a sostituire alcune azioni che prima facevi in modo manuale e ripetitivo. Spesso riscontriamo che nel momento in cui "sblocchi" le persone a lavorare con questo modello, poi riescono velocemente ad applicarlo a tutti gli ambiti, dando origine a un processo rivoluzionario. Potrei farti un altro empio ...».
Prego ...
«L’AI è una tecnologia facile da adottare, vedremo sempre di più la sua implementazione nelle nostre vite. Io, ad esempio, ho passato le ultime settimane di vacanza a prepararmi al meglio per la maratona di New York e mi sono sviluppato un agente (virtuale, ndr) che mette insieme tutti i miei diversi agenti, diventando il mio consulente di fitness e wellness. In parole più semplici unisce i dati dei miei esami del sangue, quelli delle visite mediche degli ultimi 10 anni, dei test del microbiota o delle cose voglio mangiare a livello filosofico, dove abbiamo costruito un manifesto familiare, con i dati del mio Apple Watch, vedendo cosa ho fatto, cosa non ho fatto, e ogni mattina mi dà esattamente il consiglio di cosa è stata la giornata di ieri, quanto è stato il livello di stress, che cosa mi ha costruito lo stress iniziandolo con il mio calendario. Mi dà il programma di giornata a livello sportivo, la dieta e quali integratori prendere. Questa cosa che prima sarebbe stato uno sviluppo di mesi di decine di sviluppatori, me la sono sviluppata a tempo perso durante le vacanze in modo relativamente semplice.

Questo processo, applicato all’industria, aumenta però il rischio di bug e crash informatici nei processi produttivi?
«Non vedo grandi rischi. A giugno abbiamo portato 10 unicorni cinesi a Milano: ci siamo resi conto che erano tutte aziende nate negli ultimi 2/3 anni e che valevano più di un miliardo di capitalizzazione. Una di queste società produce umanoidi: il primo anno ne ha costruiti 200, il secondo 2.000 e il terzo, quest’anno, punta a 20.000. Questi umanoidi sono già stati inseriti nelle catene produttive di Bmw e Volkswagen. Questo è lavorare con l’AI».
La fabbrica cinese, mi stai dando l’ennesima conferma, non corrisponde più allo stereotipo del luogo buio, sporco e cattivo.
«In verità, alcune fabbriche cinesi sono buie, ma perché gestite totalmente da robot un altissimo livello di produttività. Noi stiamo costruendo un "ponte" con la Cina: accompagniamo gli imprenditori a vedere le loro fabbriche, le startup che stanno costruendo robotica e gli spieghiamo cosa e come saranno i nuovi modelli produttivi che non sono il futuro, sono cose che oggi già si sta applicando nel nell’industria manifatturiera cinese. Oggi la Cina non è più neppure così a basso costo perché ha puntato su qualità e tecnologia».

Il caso Bending Spoons, che ti tocca da vicino, è un’eccezione per l’Italia?
«Guarda, noi Bending Spoons l’abbiamo visto nascere (è una società italiana quotata al Nasdaq, che usa l’AI per far crescere piattaforme digiali, ndr) e io ho la fortuna di essere un piccolo investitore fin dall’inizio. È stato incredibile vedere come in 12 anni hanno costruito un’azienda da 26 miliardi di capitalizzazione e quasi 1.5 miliardi di Ebitda quest’anno che, giusto per darci un’idea, è una delle prime 10 aziende italiane quotate in Borsa. Grande quanto Leonardo. Bending Spoons sicuramente è stato un caso incredibile nel nostro Paese, ma dimostra che fino a qualche anno fa a fare startup, ma oggi si riescono a costruire grandi aziende. Noi abbiamo aziende che passano da 0 a 20 milioni di fatturato in due anni di vita: l’AI abilita nuovi modelli di business, anche su cose molto tradizionali, come fare le buste paga (è il caso di JetHr, passati da zero a 10 milioni di fatturato in un anno) o preparare gare d’appalto (la Cato AI compila documenti in un ventesimo del tempo e con un margine di errore quasi nullo). Siamo solo all’inizio, ma a mio parere presto avremo una grande wave (ondata, ndr) di nuove startup come Bending Spoons. Questa è l’accelerazione che l’AI sta portando alle aziende: oggi ci sembra che tutti parlino di AI e ci sia poca sostanza, ma la verità è che abbiamo visto forse il 2-3% dell'AI e delle sue potenzialità oggi».




