Nelle settimane precedenti al voto americano chi avesse attraversato Piazza Tajrish, a nord di Teheran, si sarebbe imbattuto in una scena insolita. Dietro le sbarre di una cella, sospesa sopra la piazza, un attore con il volto di Donald Trump camminava avanti e indietro, mentre uno schermo mostrava le immagini delle distruzioni provocate dagli attacchi statunitensi. L’installazione, voluta dalle autorità cittadine, portava nello spazio pubblico le accuse degli Ayatollah contro gli Usa.
A Washington, intanto, la prigione è diventata politica. Dal 3 gennaio Camera e Senato saranno a maggioranza democratica, in grado di sottoporre le scelte del presidente a un controllo stringente. Trump conserva il veto e ampi poteri di comandante in capo, ma dovrà confrontarsi con un Congresso meno disposto ad assecondarlo. Il voto ha mostrato come una guerra combattuta a migliaia di chilometri possa incidere sulla politica americana tramite il prezzo della benzina e il costo della vita.
Il vicepresidente JD Vance ha indicato il conflitto con l’Iran la ragione prima della sconfitta repubblicana. La sconfitta elettorale non impone di per sé una tregua. Nel 2006 la guerra in Iraq contribuì alla perdita della maggioranza repubblicana al Congresso; pochi mesi dopo, George W. Bush scelse di aumentare le truppe. Il precedente non anticipa le decisioni di Trump, ma ricorda che un presidente politicamente indebolito può ancora rilanciare l’iniziativa militare.
I democratici disporranno di uno strumento importante per condizionalo, il controllo dei finanziamenti. Il Congresso potrebbe cercare di limitarli o vincolarne l’uso, come avvenne nel 1973, quando furono vietati i fondi per le operazioni di combattimento in Indocina. Anche questa strada incontrerebbe il rischio di un veto della Casa Bianca e richiederebbe un accordo politico difficile.

Nel frattempo la diplomazia esplora un’intesa per fasi. La riapertura dello Stretto di Hormuz e la fine del blocco dei porti iraniani sono fra i punti discussi con la mediazione del Qatar. Teheran chiede che siano affrontati anche sanzioni e accesso ai fondi congelati, prima di passare al dossier nucleare. Le distanze con Washington restano profonde, mentre in Iran rimane difficile stabilire chi disponga oggi dell’autorità effettiva e del consenso necessari per impegnare la Repubblica islamica in un accordo di questa portata.
A Teheran, alcuni esponenti della leadership hanno presentato l’esito del voto come conferma del costo politico imposto a Trump dalla guerra. Il richiamo a un altro presidente americano, Jimmy Carter, affiora nel dibattito: la crisi degli ostaggi nell’ambasciata statunitense contribuì a logorarne la presidenza, senza essere l’unica ragione della sua sconfitta nel 1980.
Il parallelismo suggerisce una possibilità, non una previsione. Scambiare la stanchezza dell’elettorato americano per una sconfitta strategica degli Usa potrebbe però indurre Teheran a sopravvalutare il proprio margine negoziale. Nel dibattito iraniano emerge anche un’altra preoccupazione.
L’ex deputato riformista Ahmad Mazani, criticando le proposte di costruire un’arma nucleare, ha avvertito che il Paese rischia di allontanarsi dall’ideale di un Giappone islamico, un Iran moderno e prospero, capace di coniugare sviluppo tecnologico e identità islamica, per avvicinarsi a una Pyongyang islamica, più isolata e militarizzata, segnata da crescenti restrizioni senza che questo garantisca maggiore sicurezza ai suoi cittadini.
Il terzo effetto, il più profondo, investe Israele. Nel giorno del voto Trump ha annunciato la fine, entro l’anno, dei quasi 4 miliardi di dollari annui di aiuti militari; all’indomani Vance ha indicato tra le condizioni per riconquistare gli elettori perduti quella di cambiare il nostro rapporto con Israele. La revisione non viene più soltanto dall’ala progressista democratica, ma anche settori della destra «America First».
Il consenso bipartisan, per decenni il vero capitale strategico di Israele a Washington, mostra così segni di erosione in entrambi i partiti per ragioni differenti. Ciò accade mentre le urne del 27 ottobre hanno lasciato il blocco di Netanyahu a 53 seggi, lontano dalla maggioranza, e il suo sfidante Gadi Eisenkot promette di ricostruire quel sostegno. La crisi di governo israeliana si intreccia ormai con la politica interna americana.
Per Gerusalemme diventa sempre pù importante preservare un sostegno politico e militare che possa resistere alle divisioni di Washington. Ne emerge una regione in cui ciascun attore ricalibra il proprio calendario su quello di Washington: Teheran per resistere, Gerusalemme per adattarsi, le monarchie del Golfo, esposte più di tutti alla chiusura dello Stretto, per spingere verso una soluzione negoziata.
Il Congresso non deciderà la politica estera americana, ma ne fisserà i limiti di sostenibilità e una guerra che non si può finanziare all’infinito deve, prima o poi, trovare una forma politica di conclusione. Il rischio è che, nei due mesi che separano il voto americano dall’insediamento del nuovo Congresso, prevalga la tentazione di chiudere la guerra con la forza.




