Opinioni

Israele, arabi determinanti ma esclusi dal governo

Alcuni settori della società israeliana continuano a considerare quei rappresentanti interlocutori non legittimi per la formazione di un governo
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Elezioni a Israele - © www.giornaledibrescia.it
Elezioni a Israele - © www.giornaledibrescia.it

Le elezioni israeliane riportano spesso alla luce una questione che attraversa la storia dello Stato fin dalla sua fondazione, ossia come conciliare il suo carattere ebraico con la piena uguaglianza politica dei cittadini arabi. Un tema che il voto del 27 ottobre ha riproposto con forza. Gadi Eisenkot, già Capo di Stato Maggiore delle Forze di difesa israeliane e leader del partito Yashar, ha fatto dell’obbligo del servizio, militare o civile, per tutti i cittadini uno dei punti qualificanti del proprio programma. La proposta riguarda anche la popolazione araba, per decenni in parte esentata dalla leva. È proprio il sostegno delle liste che la rappresentano a poter diventare decisivo per costruire un’alternativa a Netanyahu.

L’intesa incontra però una difficoltà che va oltre i numeri, poiché alcuni settori della società israeliana continuano a considerare quei rappresentanti interlocutori non legittimi per la formazione di un governo. Eppure la presenza di deputati arabi nella Knesset accompagna la storia dello Stato di Israele.

Già nella prima legislatura, eletta nel 1949, ne sedevano tre: due della Lista democratica di Nazareth, legata al partito di Ben Gurion, e uno del Partito comunista, formazione ebraico-araba. Allora il diritto di voto conviveva con l’amministrazione militare, che limitava gli spostamenti di gran parte della minoranza palestinese. Quel regime sarebbe durato fino al 1966. Nei decenni successivi la rappresentanza si è articolata in correnti diverse, dalla sinistra ebraico-araba ai nazionalisti palestinesi, fino ai movimenti islamici, ma la presenza in Parlamento raramente si è tradotta in una partecipazione diretta al governo.

Negli anni Novanta Rabin poté contare sul sostegno esterno di deputati arabi anche in passaggi decisivi del processo di Oslo. Nel 2021 Ra’am, il partito di Mansour Abbas, entrò nella coalizione guidata da Bennett e Lapid. Per la prima volta una formazione araba autonoma, non legata ai maggiori partiti israeliani come le liste delle origini, partecipava direttamente a un governo. Abbas puntava a ottenere investimenti nelle città arabe, misure contro la criminalità e il riconoscimento di alcuni villaggi beduini nel Negev. A cinque anni da quell’esperienza molti cittadini arabi sono tornati alle urne spinti dalla richiesta di sicurezza e uguaglianza, dalle discriminazioni denunciate da tempo e dal timore per le politiche della destra nazionalista. In quella mobilitazione si legge anche la volontà di incidere sulle scelte di uno Stato di cui sono cittadini.

Le due liste a guida araba hanno conquistato 19 seggi, sufficienti, insieme alle opposizioni, per superare la soglia di maggioranza. Ma i seggi da soli non bastano a costruire un governo. Un’intesa con il leader di Yashar si scontra con profonde differenze, sia fra i suoi potenziali alleati che tra i partiti arabi. La Lista comune di Yousef Jabareen lega la richiesta di uguaglianza alla critica dell’occupazione. È disposta a sostenere dall’esterno un governo alternativo, ma chiede un percorso verso uno Stato palestinese. Una prospettiva che Eisenkot respinge.

L’ex generale propone un governo sionista e ha escluso, alle condizioni attuali, l’ingresso delle liste arabe. Tra i principi richiesti ai partner figurano il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico e lo smantellamento del potere di Hamas. Un sostegno esterno o l’astensione potrebbero consentire la nascita di un governo di minoranza, che resterebbe però esposto alle divisioni su Gaza e Cisgiordania. Eisenkot potrebbe anche cercare consensi nell’altro campo, ma se nessuno riuscisse a formare un esecutivo, si potrebbe tornare alle urne.

Le differenze fra l’ex generale e Netanyahu riguardano tanto la politica interna quanto la gestione del conflitto. Eisenkot chiede un’inchiesta sulle responsabilità del 7 ottobre e contesta le esenzioni dal servizio militare per gli ultraortodossi, sostenuti invece dai partiti religiosi della coalizione uscente. In Cisgiordania promette di contrastare la violenza dei coloni e si oppone al progetto edilizio E1, a est di Gerusalemme, pur continuando a sostenere gli insediamenti che considera conformi alla legge israeliana. Sul piano internazionale punta a rafforzare il rapporto con Washington e la cooperazione con i Paesi arabi.

Sul futuro palestinese, invece, la distanza fra Eisenkot e Netanyahu si riduce. Entrambi respingono la prospettiva dei due Stati e insistono sul controllo israeliano della sicurezza: una posizione che rende più difficile l’intesa con la Lista comune, favorevole alla nascita di uno Stato palestinese. La questione va però oltre gli equilibri della Knesset. Una maggiore cooperazione con i governi arabi potrebbe forse rafforzare la sicurezza di Israele, senza sciogliere il nodo palestinese. È tra le difficoltà di formare una maggioranza e la ricerca di nuovi equilibri regionali che si misureranno la portata del cambiamento promesso da Eisenkot e la stabilità politica del Paese.

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