Il successo dei democratici in questa tornata di midterm ha dimensioni tali che nessuno aveva previsto. Consegna loro maggioranze nettissime alla Camera e al Senato. E li rafforza ulteriormente a livello statale, dove cresce il numero di governatorati e assemblee legislative in loro controllo. Avremo tempo per disaggregare il voto, capirne le caratteristiche, definirne la portata effettiva e rilevanza storica. Quali sono però i suoi effetti concreti e immediati? Che impatto avrà sull’amministrazione Trump e, anche, sulla sua politica estera?
Tre risposte generali possono essere offerte. Innanzitutto, il conflitto politico e istituzionale si farà quasi certamente ancora più intenso. In questi primi due anni di sua seconda presidenza, Trump ha deliberatamente marginalizzato il Congresso, a dispetto delle maggioranze repubblicane a Camera e Senato. La produttività legislativa sostanziale – il numero di leggi non meramente simboliche che sono state approvate – è giunta così ai livelli più bassi dell’ultimo mezzo secolo, mentre il Presidente governava primariamente attraverso strumenti presidenziali: ordini esecutivi promulgati in numero largamente superiore a tutti i suoi più recenti predecessori.
Presumibile che questa paralisi legislativa continui nei prossimi due anni: le maggioranze democratiche sono ampie, ma non raggiungono la soglia dei 60 senatori su 100 necessaria per aggirare l’ostruzionismo; il Presidente preserva il potere di porre il veto sulle leggi eventualmente approvate. Ma il Congresso cercherà sicuramente di riaffermare le sue prerogative costituzionali. E aprirà, questo è scontato, una stagione di inchieste sui conflitti d’interesse e l’affarismo che hanno contraddistinto la seconda esperienza di Trump alla Casa Bianca
Il conflitto politico-istituzionale è destinato a manifestarsi anche nella dialettica tra potere federale e poteri statali. La resistenza a Trump è stata spesso guidata da Stati e municipalità a guida democratica, che hanno promosso politiche pubbliche antitetiche a quelle trumpiane e avviato numerose iniziative legali contro gli ordini esecutivi e i provvedimenti del Presidente. È inevitabile che questa resistenza continui e s’intensifichi nei mesi a venire, con i democratici ancor più forti negli Stati.
La seconda risposta riguarda il partito repubblicano e i rapporti al suo interno. Il voto conferma, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, che il trumpismo senza Trump non funziona. E ha di fatto aperto la transizione post-trumpiana, con un Presidente azzoppato e in scadenza di mandato e di vita politica. La cui presa sul partito e sui suoi rappresentanti al Congresso è destinata ad affievolirsi. Si apre, a destra, una partita complessa, anche perché condizionata dal ciclo presidenziale e dalla necessità di chi si candiderà a riposizionarsi e, se necessario, a dissociarsi da un Presidente impopolare e al capolinea
Dissociazione che si estende anche alla politica estera. È questa la terza e ultima risposta alle domande da cui siamo partiti. Che è strettamente intrecciata alle prime due. Il Congresso ha leve e prerogative costituzionali tali da permettergli di esercitare un’influenza rilevante sulle relazioni esterne. È chiamato ad autorizzare l’uso della forza militare, controlla il potere di spesa (e può decidere di definanziare specifiche iniziative di politica estera), ratifica trattati e nomine (il Senato).
Sappiamo che un ampio fronte trasversale, di repubblicani e democratici, non condivide la svolta filorussa di Trump, vuole riattivare gli aiuti militari all’Ucraina e le sanzioni a Mosca. E che le modalità di conduzione della guerra con l’Iran hanno di fatto umiliato l’organo legislativo. Una umiliazione denunciata non solo dai dem e alla quale il nuovo Congresso cercherà di mettere fine.




