Opinioni

Il Congresso contro Trump: la resa dei conti

La netta vittoria dei democratici alle elezioni di metà mandato ridisegna gli equilibri politici degli Stati Uniti e apre una fase di scontro con la Casa Bianca. Possibili conseguenze anche sulla politica estera, a partire dai rapporti con Russia e Ucraina
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Il Campidoglio, sede del Congresso Usa
Il Campidoglio, sede del Congresso Usa

Il successo dei democratici in questa tornata di midterm ha dimensioni tali che nessuno aveva previsto. Consegna loro maggioranze nettissime alla Camera e al Senato. E li rafforza ulteriormente a livello statale, dove cresce il numero di governatorati e assemblee legislative in loro controllo. Avremo tempo per disaggregare il voto, capirne le caratteristiche, definirne la portata effettiva e rilevanza storica. Quali sono però i suoi effetti concreti e immediati? Che impatto avrà sull’amministrazione Trump e, anche, sulla sua politica estera?

Tre risposte generali possono essere offerte. Innanzitutto, il conflitto politico e istituzionale si farà quasi certamente ancora più intenso. In questi primi due anni di sua seconda presidenza, Trump ha deliberatamente marginalizzato il Congresso, a dispetto delle maggioranze repubblicane a Camera e Senato. La produttività legislativa sostanziale – il numero di leggi non meramente simboliche che sono state approvate – è giunta così ai livelli più bassi dell’ultimo mezzo secolo, mentre il Presidente governava primariamente attraverso strumenti presidenziali: ordini esecutivi promulgati in numero largamente superiore a tutti i suoi più recenti predecessori.

Presumibile che questa paralisi legislativa continui nei prossimi due anni: le maggioranze democratiche sono ampie, ma non raggiungono la soglia dei 60 senatori su 100 necessaria per aggirare l’ostruzionismo; il Presidente preserva il potere di porre il veto sulle leggi eventualmente approvate. Ma il Congresso cercherà sicuramente di riaffermare le sue prerogative costituzionali. E aprirà, questo è scontato, una stagione di inchieste sui conflitti d’interesse e l’affarismo che hanno contraddistinto la seconda esperienza di Trump alla Casa Bianca

Il conflitto politico-istituzionale è destinato a manifestarsi anche nella dialettica tra potere federale e poteri statali. La resistenza a Trump è stata spesso guidata da Stati e municipalità a guida democratica, che hanno promosso politiche pubbliche antitetiche a quelle trumpiane e avviato numerose iniziative legali contro gli ordini esecutivi e i provvedimenti del Presidente. È inevitabile che questa resistenza continui e s’intensifichi nei mesi a venire, con i democratici ancor più forti negli Stati.

La seconda risposta riguarda il partito repubblicano e i rapporti al suo interno. Il voto conferma, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, che il trumpismo senza Trump non funziona. E ha di fatto aperto la transizione post-trumpiana, con un Presidente azzoppato e in scadenza di mandato e di vita politica. La cui presa sul partito e sui suoi rappresentanti al Congresso è destinata ad affievolirsi. Si apre, a destra, una partita complessa, anche perché condizionata dal ciclo presidenziale e dalla necessità di chi si candiderà a riposizionarsi e, se necessario, a dissociarsi da un Presidente impopolare e al capolinea

Dissociazione che si estende anche alla politica estera. È questa la terza e ultima risposta alle domande da cui siamo partiti. Che è strettamente intrecciata alle prime due. Il Congresso ha leve e prerogative costituzionali tali da permettergli di esercitare un’influenza rilevante sulle relazioni esterne. È chiamato ad autorizzare l’uso della forza militare, controlla il potere di spesa (e può decidere di definanziare specifiche iniziative di politica estera), ratifica trattati e nomine (il Senato).

Sappiamo che un ampio fronte trasversale, di repubblicani e democratici, non condivide la svolta filorussa di Trump, vuole riattivare gli aiuti militari all’Ucraina e le sanzioni a Mosca. E che le modalità di conduzione della guerra con l’Iran hanno di fatto umiliato l’organo legislativo. Una umiliazione denunciata non solo dai dem e alla quale il nuovo Congresso cercherà di mettere fine.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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