Un novello Draghi si aggira per l’Europa, che non riesce ad attrarre l’Islanda (dove ha prevalso il no nel referendum) e si divide ancora una volta sulle politiche migratorie. Il lancio di Rhine Group, il neonato think tank voluto dall’ex governatore della Bce ed ex premier italiano non è una (ennesima) operazione di networking dell’élite tecnocratica europea, come si sono affrettati a dire i suoi avversari equamente distribuiti a destra e a sinistra. Al contrario, rappresenta una «mossa del cavallo»: un’irruzione (anche comunicativa) nello spazio pubblico, tesa a scuotere – nella misura del possibile – la governance di un’Unione europea che rischia il sonnambulismo proprio mentre la storia ha drammaticamente accelerato il passo.
Davanti al corposo e dettagliato Rapporto sulla competitività europea presentato lo scorso autunno da Mario Draghi, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha reagito secondo un idealtapico riflesso condizionato burocratico: ampi encomi, solenni promesse di implementazione normativa e, subito dopo, una specie di strategia del rinvio sistematico. Un «vivacchiare» istituzionale che contrasta in maniera tragica con l’urgenza dei tempi.
Di fronte all’inerzia della Commissione e dei tavoli intergovernativi, Draghi ha evidentemente pensato che si può fare l’agenda setting anche presidiando culturalmente la società civile e i centri di elaborazione delle dottrine e politiche economiche.

Se la politica abdica al proprio ruolo di visione – questione assai annosa... – una certa tecnocrazia capace di pensare in modo strategico e di avanzare proposte deve mettersi direttamente in movimento. Questo rinnovato attivismo draghiano si staglia su uno sfondo politico europeo, purtroppo, significativamente logorato. Per provare vagamente a frenare l’onda d’urto dei neopopulismi, le forze della «coalizione Ursula» hanno imboccato la strada sbagliata: quella del «copismo», ovvero il tentativo di fare proprie in misura un poco più moderata le parole d’ordine delle destre estreme all’opposizione. Le recenti e convulse gestioni delle crisi migratorie – da ultimo, il caso emblematico di Ceuta e la progressiva sospensione di fatto dei patti di solidarietà – dimostrano come la governance europea adotti de facto un’ideologia sicuritaria mutuata dagli avversari della maggioranza che sostiene la Commissione, senza minimamente riuscire a elaborare una strategia propria adeguata.
Come il marketing politico insegna oramai da tanto tempo, sul mercato elettorale il pubblico dei cittadini-elettori, dinanzi all’alternativa fra l’originale e la copia, tenderà immancabilmente a premiare il primo. Inseguire i sovranismi sul loro terreno identitario non serve a neutralizzarli, ma solo a legittimarli, spostando la frontiera dell’accettabilità politico-culturale sempre maggiormente verso l’estremismo. E, così, mentre si avvita in questa rincorsa subalterna, Bruxelles perde di vista alcuni dei veri nodi di fondo che alimentano il risentimento popolare: il declino manifatturiero, la perdita di potere d’acquisto, la deindustrializzazione verde non governata e la subalternità tecnologica.
Europe can have an amazing next few decades. I hope we can play a small role in making that more likely. https://t.co/yXB0lgf6fl
— Patrick Collison (@patrickc) August 25, 2026
È in questo vuoto che si vuole inserire il Rhine Group. Certo, i tecnici non godono storicamente dei favori dell’elettorato. Nell’era della disintermediazione e della polarizzazione algoritmica, la tecnocrazia è infatti la «bestia nera» ideale, lo spauracchio perfetto agitato dai tribuni del popolo per catalizzare la rabbia della classe media impoverita. Eppure, oggi il «paradosso» (l’ennesimo...) consiste nel fatto che mentre la politica elettiva abdica alla complessità per rifugiarsi negli slogan, le uniche ricette sistemiche concrete rimaste in campo per salvare il modello sociale ed economico europeo sono precisamente quelle draghiane.
Il Rapporto Draghi non è un vademecum per l’austerity, ma un manifesto per la sopravvivenza geopolitica del nostro continente nella condizione bellica e nello stato di natura hobbesiano che ha ripreso il sopravvento nelle relazioni internazionali. Il recupero della competitività perduta non passa per una cieca deregolamentazione, ma per la creazione di «campioni continentali» in grado di reggere la sfida competitiva (ed esistenziale) contro i colossi industriali e digitali di Stati Uniti e Cina. Per fare questo serve una capacità di investimento comune – quel debito pubblico europeo che i rigoristi continuano a considerare un tabù – e una reinvenzione profonda del welfare state, che va difeso non soltanto a parole e retoricamente, ma dotandolo effettivamente di risorse materiali generate esclusivamente dall’innovazione tecnologica e dalla crescita economica. E occorre anche, per quanto non si voglia sentirlo ripetere, una reale difesa militare comune, coi necessari e inevitabili investimenti finanziari.
E l’iniziativa del Rhine Group ci rammenta per l’appunto che la tutela delle democrazie liberali occidentali non si consegue assecondando le paure, ma costruendo i pilastri economici e tecnologici per superarle attraverso degli atti di responsabilità (e maturità), purtroppo attualmente latitanti a molti livelli.



