La sfida europea di Mario Draghi in un ordine globale in crisi

Nei giorni scorsi, molti hanno ripreso la lex magistralis tenuta dall’ex premier Mario Draghi legata all’ottenimento della laurea honoris causa attribuitagli dall’università di Lovanio. Prevalentemente i commenti si sono soffermati intorno a una estrema sintesi di quanto enunciato dall’economista finendo con il racchiudere il tutto in un titolo, certamente evocativo, ma limitante in quanto non in grado di evidenziare i vari spunti che Draghi ha voluto offrire in quell’occasione.
Il titolo attribuito è stato «l’ordine globale è fallito» e rappresenta in modo diretto l’immagine di ciò che molti di noi pensano osservando quanto sta succedendo alle varie latitudini del nostro pianeta.
In realtà Draghi ha voluto porre in evidenza alcuni altri elementi, in parte critici e in parte propositivi che vanno oltre alla mera rappresentazione dello stato dell’arte. Il primo tema è legato al fatto che oggi la nostra vecchia Europa, pur essendo nata nella consapevolezza che per realizzare il sogno di pace e di prosperità dovesse legarsi in modo stretto agli alleati americani, si trova di fronte alla necessità di orientare le proprie azioni verso un sostanziale affrancamento dal rapporto stretto (quasi filiale) con gli Usa.
Questa necessità, per lo statista, vale sia con riferimento alle istanze di pace sia, soprattutto, con attenzione a quelle che devono prospettare una crescita per tutti i popoli del continente. Il secondo elemento sul quale l’ex premier pone l’attenzione è la necessità di affrontare risolutamente gli effetti che le azioni di Cina e Usa stanno determinando in termini di squilibri economici e sociali.
Draghi mette l’accento su una contraddizione che per un verso ci vede, ancora a lungo, destinati ad avere sia un rapporto stretto con gli Stati Uniti, determinato da una dipendenza che rimarrà forte in campo tecnologico, sul fronte dell’energia e, ormai, anche alla difesa, sia a dovere fare i conti con un sistema globale di importazione che ci vede dipendenti al 90% dalla Cina per quanto riguarda le terre rare e tutto ciò che da queste dipende.
Mario #Draghi sulla necessità politica di un’#Europa federale: “Solo così il vecchio continente potrà preservare i propri valori”.#ISPIDailyFocus: https://t.co/j9NMm0TdPF pic.twitter.com/mbLLfZrju6
— ISPI (@ispionline) February 3, 2026
Partendo da queste premesse l’economista pone, però, l’accento su due aspetti che possiamo definire positivi. Il primo è legato al fatto che la situazione che si sta creando, se affrontata con approccio unitario, lascerebbe all’Europa (come evidenziato dal recente accordo in India) mani libere per avviare rapporti stretti con altre economie.
Potendo così rinforzare la possibilità di rappresentare un ruolo fondamentale non solo nei servizi (dove, comunque, il vecchio continente mantiene un ruolo importante) ma anche riconoscendo ed enfatizzando quelle che possiamo definire posizioni critiche (positive) che ricopriamo in diverse industrie strategiche (ricollegandosi, così, direttamente a quanto da lui detto alcuni mesi fa al Parlamento Europeo).
L’economista, lungi dal rappresentare esclusivamente una fotografia dello stato dell’arte, provocatoriamente, chiede se, nella consapevolezza del potenziale che, collettivamente, gli europei avrebbero se agissero in modo unitario, il sistema continentale vorrà solo essere vissuto come un mercato (comune come si diceva qualche decennio fa) oppure avviarsi alla costruzione di una vera potenza economica e sociale.
Qui il nostro ex primo ministro mette sul piatto la vera provocazione del suo intervento che può essere riassunta, sottolineando come, nella sua visione, la vera scelta degli europei dovrebbe essere quella di accettare di agire come una vera federazione prima ancora di avere costituito condizioni di forza tali da poter cementare una logica unitaria.
In sostanza Mario Draghi sottolinea come continuare ad ipotizzare percorsi unitari, condivisi e potenzialmente in grado di dare un futuro al continente non possa essere rinviato in attesa che si creino le condizioni affinché il progetto possa attuarsi.
Richiamando i valori costituenti, ossia il sogno di poter agire unitariamente generando e condividendo benefici, Mario Draghi ci esorta a non aver paura dei rischi che questa strada potrebbe comportare in quanto, a suo dire, attendere tempi migliori ridurrebbe, sostanzialmente, la possibilità di successo di un rilancio.
Qui l’economista si rifà a una sua vecchia idea poi definita come «federalismo pragmatico» capace di unire nell’azione e di farlo senza voli pindarici ma basandosi sulle basi di un percorso comunque collaudato (qui fa riferimento all’Euro). Essersi limitati ad etichettare la dissertazione di Mario Draghi come una descrizione dell’esistente non dà piena sostanza alla volontà politica del leader europeo e alla necessità di raccogliere le sfide che questa lectio ha lanciato.
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