Opinioni

La scossa di Draghi all’Europa immobile

L’ex presidente del Consiglio ha aperto la presentazione del Rhine Group sferzando il Continente: «Delle cinquanta maggiori aziende tecnologiche al mondo, solo quattro sono europee»
Angelo Santagostino

Angelo Santagostino

Editorialista

L'ex premier Mario Draghi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'ex premier Mario Draghi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«Delle cinquanta maggiori aziende tecnologiche al mondo, solo quattro sono europee. In ogni settore tecnologico emergente l’Europa è in difficoltà». Con queste parole, affatto tranquillizzanti, si apre la presentazione da parte di Mario Draghi, Patrick Collison e Luis Garicano, del Rhine Group. Il primo non ha certo bisogno di presentazioni. Il secondo è il fondatore (2010) di Stripe, impresa nata per facilitare i pagamenti e le operazioni online delle aziende. Il terzo è professore di politiche pubbliche presso la London School of Economics. Accanto a loro un nutrito gruppo di accademici, imprenditori, banchieri, manager, ex-membri di governo. 

Una squadra di 55 eccellenze. La scelta del nome non è casuale. Il Reno, storicamente, è l’asse economico dell’Europa. Ma è anche espressione di quel modello, detto appunto renano, la cui formulazione teorica è l’economia sociale di mercato, elaborata dai liberali tedeschi e tradotta in politica economica da Ludwig Erhard nel dopoguerra. Poi ripresa dal Trattato europeo dove all’articolo 3 si legge come l’Ue si adoperi per «un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale...».

Draghi del Gruppo è l’ispiratore ed è destinato a esserne l’animatore. Il tutto nasce dal suo Rapporto sul futuro della competitività europea del 2024. Quelle pagine contenevano 170 proposte sui temi energetici, industriali, infrastrutture digitali, mercati dei capitali, difesa e innovazione. La politica l’accolse grandi consensi.

Tuttavia, a questi non sono seguiti i fatti. All’inizio di quest’anno, secondo l’European Policy Innovation Council, solo una proposta su dieci è divenuta politica europea. Troppo poco per un personaggio come l’ex-presidente della Bce, il quale si è nuovamente messo in modalità «whatever it takes», questa volta non per salvare l’euro, ma l’Europa da un inarrestabile declino.

Mario Draghi e Ursula von der Leyen - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Mario Draghi e Ursula von der Leyen - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Certo, allora era a capo dell’istituzione depositaria della sovranità monetaria europea, mentre il Gruppo del Reno si presenta come un think-tank indipendente, per quanto autorevole sia. L’impegno è, quindi, ben più gravoso. Le sfide sono note: difesa, sanità pubblica, pensioni, istruzione, investimenti per il clima e così via. Il Gruppo intende, come si legge nel sito internet, «discutere le possibili risposte a queste sfide per il futuro dell’Europa».

L’annuncio ha colto di sorpresa la Commissione europea, l’istituzione dalla quale Draghi aveva avuto l’incarico per il Rapporto, l’istituzione con la quale egli ha interloquito per la sua messa in atto, sino all’incontro con Ursula von der Leyen di poco più di un mese fa. Dedicato, appunto, all’attuazione del Rapporto: «Abbiamo discusso la roadmap "One Europe, One Market", che trasforma il suo rapporto in azioni concrete» fu il commento della presidente.

Lo strappo di Draghi, perché di strappo si tratta, è la sua legittima reazione all’inattività – sancita, come visto, dagli indicatori elaborati per monitorare la messa in atto del Rapporto – sia di Bruxelles sia dei governi dei Ventisette. È la reazione di chi non ci sta ad accettare i lunghi tempi tra il momento nel quale le debolezze europee sono rilevate e quello in cui sono eliminate. Uno iato esiziale per la competitività e la capacità concorrenziale di fronte a Stati Uniti e Cina. Certo, si tratta di una soluzione di «second best», non ottimale, perché Draghi e il suo Gruppo del Reno non dispongono di alcun potere formale.

Ma ciò neppure appare indispensabile. Basti guardare all’origine della costruzione europea. Di nessun potere formale disponeva, infatti, Jean Monnet, quando tessendo reti tra governi e poteri economici, costruì il consenso da cui nacque la Ceca. Così vi è da attendersi agisca il Gruppo del Reno. Non per fondare una nuova Comunità, ma per spingere l’Europa alle riforme indispensabili.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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