La Francia ha deciso di fare il primo passo. Dal 1° settembre 2026 i ragazzi con meno di 15 anni non potranno più aprire nuovi account sui social network individuati dal governo, mentre entro il 1° gennaio 2027 le piattaforme dovranno eliminare anche quelli già esistenti. È la prima legge di questo tipo approvata da un Paese dell’Unione europea e potrebbe fare da apripista ad altri Stati. La domanda, però, riguarda anche l’Italia: potrebbe succedere lo stesso? In realtà il dibattito è aperto da tempo. Negli ultimi due anni sono stati presentati diversi disegni di legge che puntano a limitare l’accesso dei minori ai social, ma nessuno ha ancora superato il percorso parlamentare. Mentre la Francia si prepara dunque ad applicare il divieto, nel nostro Paese le proposte restano ferme nelle Commissioni e, anche se dovessero riprendere l’iter, serviranno ancora mesi prima di un’eventuale approvazione.
Cosa prevede la legge francese
Il Parlamento francese ha approvato il provvedimento il 21 luglio, introducendo un divieto di accesso ai social per gli under 15 che sarà applicato in due fasi. Dal 1° settembre i minori di 15 anni non potranno più aprire nuovi profili. Le piattaforme avranno poi quattro mesi di tempo per cancellare gli account già esistenti.
Non tutto, però, è già definito. La legge non indica infatti ancora quali piattaforme saranno interessate né quale sistema dovrà essere utilizzato per verificare l’età degli utenti. Sarà il governo francese, insieme all’Autorità di regolamentazione della comunicazione audiovisiva e digitale (Arcom), a stabilire l’elenco dei servizi coinvolti e le modalità di applicazione. L’approvazione della legge non chiude comunque il dibattito giuridico. La sua applicazione dovrà essere compatibile con il diritto dell’Unione europea, in particolare con il Digital Services Act e con il Gdpr.
Per il presidente Emmanuel Macron la misura rappresenta però una «questione di civiltà». Negli ultimi mesi il capo dell’Eliseo ha più volte collegato l’uso precoce dei social a fenomeni come cyberbullismo, disturbi del sonno, problemi dell’alimentazione e dismorfia corporea, sostenendo la necessità di costruire una coalizione internazionale per proteggere bambini e adolescenti nell’ambiente digitale.
Non c’è solo la Francia
Quello francese non è un caso isolato. Sono diversi i governi che hanno iniziato a intervenire sull’accesso dei minori ai social in tutto il mondo. L’Australia è stata tra i primi Paesi ad adottare restrizioni, seguita da Malesia, Portogallo e Indonesia con modelli differenti. In Europa, invece, Danimarca, Spagna, Grecia e Austria stanno lavorando a normative analoghe, mentre nel Regno Unito il governo ha annunciato nuove limitazioni entro la fine del 2026.
Anche il Parlamento europeo si è espresso sul tema. Nel novembre 2025 ha approvato una risoluzione, senza valore legislativo, che invita gli Stati membri a valutare un’età minima di 16 anni per l’accesso ai social media, alle piattaforme di condivisione video e ai cosiddetti «compagni virtuali» basati sull’Intelligenza artificiale. Per gli adolescenti tra i 13 e i 16 anni l’accesso dovrebbe essere consentito soltanto con l’autorizzazione dei genitori.
La risoluzione propone inoltre di limitare alcune funzionalità considerate potenzialmente più coinvolgenti, come lo scorrimento infinito dei contenuti e la riproduzione automatica dei video, disattivandole di default per gli utenti minorenni.
A che punto è l’Italia
Se la Francia è passata all’azione, l’Italia è ancora nella fase della discussione parlamentare. Oggi la legge italiana consente ai ragazzi di iscriversi autonomamente ai social a partire dai 14 anni, mentre sotto questa soglia è necessario il consenso dei genitori. Nella pratica, però, la maggior parte delle piattaforme consente l’iscrizione già dai 13 anni e la verifica dell’età avviene quasi sempre tramite una semplice autocertificazione: basta inserire una data di nascita diversa da quella reale per aggirare facilmente il controllo.
È proprio questa discrepanza tra regole e realtà ad aver alimentato il dibattito politico. La proposta più avanzata è il disegno di legge Mennuni-Madia (DDL 1136), attualmente all’esame del Senato, il cui iter si è però arrestato dopo mesi di stallo. Il disegno prevede il divieto di accesso ai social per i minori di 15 anni, l’obbligo per le piattaforme di adottare sistemi efficaci di verifica dell’età e nuove tutele per i cosiddetti baby influencer.
Accanto a questo testo ci sono altre due iniziative parlamentari. Il DDL Carfagna propone un divieto assoluto di iscrizione sotto i 13 anni e un regime di autorizzazione dei genitori tra i 13 e i 16 anni. Più restrittiva è invece la proposta della deputata Giorgia Latini, che vieterebbe i social agli under 15 e richiederebbe il consenso dei genitori anche per gli adolescenti tra i 15 e i 18 anni. Altri testi, come quelli della senatrice Daniela Sbrollini e del deputato Stefano Vaccari, si concentrano soprattutto sui meccanismi di verifica dell’età, sulla responsabilità delle piattaforme e sulla creazione di account specifici per gli utenti minorenni.

Negli ultimi mesi, infine, anche il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha più volte sollecitato un intervento legislativo, definendo il tema una priorità. Al momento, però, nessuna proposta ha ancora raggiunto il primo voto definitivo in una delle due Camere. Non è tanto il principio del divieto dunque a dividere il Parlamento quanto le modalità con cui renderlo effettivo.
Il vero problema è verificare l’età
Stabilire un limite anagrafico è probabilmente la parte più semplice. La vera sfida è capire come verificarlo e farlo rispettare. Oggi la maggior parte dei social si affida all’autodichiarazione dell’utente. Le nuove proposte di legge, così come la normativa francese, chiedono invece alle piattaforme di adottare strumenti affidabili per verificare l’età degli iscritti.
È qui che emergono le maggiori criticità. Qualunque sistema dovrà infatti conciliare due esigenze solo apparentemente opposte: impedire ai minori di aggirare le regole senza trasformare la verifica dell’età in una forma di sorveglianza di massa. Per questo motivo le soluzioni dovranno essere compatibili con il Gdpr e con le norme europee sulla protezione dei dati personali.
Tra le ipotesi discusse negli ultimi mesi c’è quella di utilizzare il futuro IT Wallet come strumento per certificare l’età degli utenti, senza comunicare alle piattaforme dati personali ulteriori rispetto alla maggiore o minore età. Si tratta però di una soluzione ancora allo studio e non prevista dalle proposte di legge attualmente in Parlamento.
Il dibattito è appena cominciato
La decisione della Francia segna un passaggio importante nel modo in cui gli Stati europei guardano alla sicurezza digitale dei più giovani. Ma il dibattito è tutt’altro che chiuso.
Anche in Italia esiste ormai un consenso trasversale sulla necessità di rafforzare le tutele per i minori online. Ciò che manca, però, è una soluzione condivisa su come rendere davvero efficaci le regole senza compromettere il diritto alla privacy. A sperimentarlo nella pratica sarà la Francia mentre tutti gli altri paesi potranno osservare con attenzione se quel modello riuscirà davvero a mantenere la promessa di proteggere i più giovani senza trasformare Internet in uno spazio sempre più controllato.



