Opinioni

Depoliticizzazione e scomparsa dello spazio pubblico

La crisi dei partiti e la frammentazione digitale indeboliscono partecipazione e legami collettivi, mentre nuove forme di mobilitazione cercano di restituire vitalità alla democrazia
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Folla in una grande piazza
Folla in una grande piazza

Lo spazio pubblico sta progressivamente dissolvendosi in parallelo allo sviluppo dei processi di privatizzazione e di depoliticizzazione della società. Emblematico il destino della piazza, l’agorà, il luogo per eccellenza un tempo frequentato dopo l’uscita dall’oikos, là dove il pronunciamento della parola, nell’occasione del comizio, della manifestazione di protesta o di esultanza, consentiva di vivere l’esperienza della partecipazione, di attingere il fulcro del politico, di «occuparsi dello stesso oggetto nonostante le differenze di posizione e la risultante varietà di prospettive» – così Hannah Arendt – «dei soggetti dislocati in punti diversi».

Persino nella progettazione urbanistica e nella stessa configurazione architettonica la piazza va scomparendo, a vantaggio dei molteplici «non-luoghi», frequentati sì, ma fruiti solo come occasione di transito, non certamente di attivismo critico. Sono principalmente due i fenomeni cui va ricondotta la destrutturazione dello spazio pubblico. Anzitutto l’irrompere della «democrazia della bolla», investita da sciami digitali in cui il pubblico «si parcellizza» – come scrive Damiano Palano – «in una pluralità di segmenti privi di radicamento in una sfera comunicativa comune e il singolo soggetto si rinchiude in una ecocamera», là dove «risuonano sempre le stesse parole» e nella quale i social network «producono uno spazio sociale ibrido, una interrealtà che mescola mondo digitale e mondo fisico».

In secondo luogo le dinamiche che hanno investito la forma partito, un’associazione-comunità che, svolgendo una funzione pubblica, concorreva a determinare la politica nazionale. Il partito, un tempo isomorfo alla società industriale ed ora sempre più inabilitato alla intermediazione nello spazio pubblico, è sempre meno voce della società nello Stato in quanto soggetto autoreferenziale, privo di connessione con la cittadinanza. Ormai ridotto ad agenzia dello Stato nella società, esso opera prevalentemente in chiave recitativa, pubblicitaria, blob. Ne risulta una perdita democratica, un isterilimento della sfera pubblica , nonché un progressivo allontanamento dei cittadini dalle forme convenzionali di coinvolgimento collettivo cui non può porre rimedio la democrazia impolitica della società civile.

Quest’ultima, coltivando prevalentemente la sfera dell’interesse, è iscritta nella tendenza a delegittimare la politica e risulta incapacitata ad attribuire ordine al corpo sociale. Nel caso della Rete sono indubbie le risorse democratiche, le possibilità di interazione orizzontale, di infrastrutturazione complessiva delle informazioni, di scambio tra pari in termini di flessibilità, di democrazia di sorveglianza volta a promuovere condivisione di beni comuni. E così pure non si può sottovalutare la reattività dal basso della politica online, con il suo accesso molecolare e i suoi effetti moltiplicatori, ma parimenti vanno denunciati i vizi capitali del mondo digitale: sfruttamento commerciale, abusi informativi, disintegrazione delle comunità, plebisciti istantanei, tirannia nel controllo degli accessi, perdita di valore del servizio pubblico e della responsabilità sociale.

Quanto al piano politico sono confortanti le potenzialità di quella che Ulrich Beck definisce «subpolitica», vale a dire di quelle forme di autorganizzazione che vedono mobilitarsi settori sociali, mondi vitali, corpi intermedi, realtà associative, ben al di là della frammentazione corporativa e dall’anonimato spersonalizzante: soggetti capaci di dinamismo, di farsi protagonisti della vita pubblica, non rassegnati alla rottura dei legamenti comunitari , movimenti ambientalisti, quell’universo femminista, quelle correnti culturali laiche e di ispirazione religiosa tese ad affermare dignità umana, bisogno di trascendenza, soggetti che difendono il lavoro e lottano per la difesa e promozione del welfare, per la tutela dei diritti di vecchia e nuova generazione.

Assai arduo tuttavia intravedere una classe dirigente in grado di restituire credibilità alle formazioni politiche, di opporsi alla supremazia del mercato, alla sudditanza ai vincoli esterni, all’egoismo appropriativo e all’individualismo anomico oggi diffusi. Non resta adunque che confidare in una qualche necessità ad un certo punto indifferibile ed in una di quelle astuzie che a volte la storia imprevedibilmente ci riserva.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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