La crisi dell’Occidente e della cultura liberale

Serve sempre più una dimensione geopolitica in cui identificarsi, e che sia in contrapposizione con quella autoritaria
Bandiere dell'Unione Europea e di Paesi Ue - Foto Pixabay
Bandiere dell'Unione Europea e di Paesi Ue - Foto Pixabay
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C’è un disperato bisogno di immaginarsi che esista ancora una dimensione «occidentale», vale a dire una realtà geopolitica con cui identificarsi, in contrapposizione a una sfera «altra» che incarna tutto ciò che si presenta come autoritario, autocratico e ostile al costituzionalismo liberale. Quest’ultimo rappresenta quella cultura che, in un modo o nell’altro, ha caratterizzato dal dopoguerra quella parte di mondo ricaduta nella zona d’influenza americana.

Il costituzionalismo, com’è noto, pone soprattutto la questione del controllo e dei limiti del potere sovrano mediante l’introduzione di un riferimento costituzionale – per lo più scritto – con cui garantire la sovranità della legge e i diritti dei cittadini. In particolare, però, sin dal XIX secolo, l’essenza del costituzionalismo va ricercata nella presenza di un autonomo e solido potere legislativo, in grado di controllare ed eventualmente sfiduciare l’esecutivo. È questa la prerogativa che ha permesso di trasformare gli antichi stati dinastici in nazioni liberali, vale a dire comunità politiche partecipi degli atti del governo e capaci, al contempo, sia di limitare politicamente le pretese dell’esecutivo, sia di garantire il consenso ai poteri pubblici.

Il bisogno di illudersi che questa dimensione occidentale e costituzionale esista ancora è però, purtroppo, direttamente proporzionale alla scomparsa della cultura che ne aveva permesso l’affermazione. Ovunque, infatti, si registra una scarsa fiducia nei valori del pluralismo e della rappresentanza, a cominciare dai cittadini, mentre dilaga l’insofferenza verso i controlli e, di conseguenza, l’idolatria per i governi forti – un sentimento sempre più diffuso tra i giovani.

Ma l’ostilità verso questi valori proviene soprattutto dall’alto. L’ultimo esempio lo abbiamo avuto proprio dalla nostra premier, Giorgia Meloni, che, mentre partecipava al tavolo dell’illusoria rinascita dell’«Occidente», ne denigrava – in una dichiarazione fuori onda – l’essenza, vantandosi di non voler «mai parlare con la stampa italiana». Una battuta che, tuttavia, la dice lunga sulla cultura antiliberale che attraversa il Paese e che conferma la ben nota insofferenza del Governo nei confronti dell’indispensabile ruolo di «cane da guardia» del potere, universalmente attribuito alla stampa nei sistemi democratici.

Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Non è solo, come detto, il concetto di Occidente ad aver perso significato come bussola geopolitica: è un intero universo valoriale che si sta dissolvendo. Per la prima volta dalla fine del Medioevo, la ricchezza è tornata a essere un fattore politico diretto, esplicito e riconosciuto, attraverso cui si definiscono capacità ed efficienza e si incoronano le nuove élite. Al contempo, i «luoghi» mentali e istituzionali della cittadinanza democratica occidentale – un tempo fortini inattaccabili – vengono abbattuti o seriamente lesionati.

Non è difficile ammettere che istituti e dottrine cui ci siamo sempre rivolti nei momenti di crisi – come l’Onu, l’euroatlantismo, il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali – non sono più in grado di fornire garanzie credibili di stabilità. È venuto meno, come ben sappiamo, anche il valore condiviso dell’antifascismo, che aveva unito i Paesi usciti dalla Seconda guerra mondiale. Persino, paradossalmente, il neoliberismo globalista – basato sulla libera circolazione di merci e persone – sembra in ritirata.

In questo quadro desolante, le stesse garanzie costituzionali ormai ci appaiono come scudi di carta, soprattutto dopo l’imperversare capriccioso e arbitrario di Trump, che getta non poche ombre sulla reale efficacia di una delle costituzioni più celebrate al mondo. Ci troviamo, insomma, di fronte al disfacimento di un patrimonio di valori accumulato - con fatica e imperfezioni - lungo l’arco della nostra storia contemporanea.

Questo processo è accelerato dal declino della cultura liberale, quella che cercava di garantire l’autonomia del potere politico rispetto ai poteri economici e ai poteri di fatto, che oggi tornano a imporsi nella forma di poteri dispotici, basati esplicitamente su violenza, sopraffazione economica, militarismo, scambi opachi e totale disinteresse per diritti, ambiente, welfare e giustizia sociale. Poteri che non hanno neppure più bisogno di politiche di mediazione: la lotta di classe non fa più paura, e l’urgenza di redistribuire la ricchezza sembra svanita.

I salari e i servizi restano scollegati dall’enorme crescita della ricchezza globale, senza che ciò provochi reazioni politiche significative. Il dato più preoccupante, però, rimane il fatto che, nel bel mezzo di questa tempesta distopica, l’Europa non sembri intenzionata a porre fine al suo stato di minorità, trasformandosi in una vera unità di destini, ma continui invece a trastullarsi con il gioco delle piccole nazioni, soddisfatte della propria insignificanza politica e contente di specchiarsi nel loro inconcludente – e ormai francamente ridicolo – nazionalismo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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