Abelardo de la Espriella è il nuovo presidente della Colombia. Avvocato penalista ricco e influente, imprenditore, leader della coalizione di estrema destra Defensores de la Patria, Espriella ha sconfitto il senatore in carica Iván Cepeda, candidato leader del partito di sinistra Pacto Histórico e appoggiato dall’attuale presidente Gustavo Petro.
La differenza tra i due candidati è stata minima – circa un punto percentuale, pari a 250mila voti –, a riprova di una profonda spaccatura nella società colombiana. Da un lato Cepeda, figlio del dirigente comunista Manuel Cepeda (assassinato nel 1994), si è presentato come un progressista di sinistra, sostenuto da Petro: leale ai valori della democrazia, ha imperniato la sua proposta politica su «tre rivoluzioni» per fare della Colombia «una potenza mondiale della vita».
La «rivoluzione etica» contro la corruzione politica, a favore di un nuovo modello di società che ripudia il patriarcato e il razzismo, la «rivoluzione economico-sociale» tesa a creare un nuovo modello produttivo, diversificato e socialmente inclusivo, e la «rivoluzione politica» con l’obiettivo di trasformare la politica e garantire alla Colombia un ruolo di «paese della pace» nell’ambito della attuale congiuntura internazionale.
Dall’altro lato de la Espriella, appoggiato dei principali leader dell’estrema destra (Trump e Milei, in particolare), ha puntato sul discorso antisistema, associando Cepeda alla «vecchia politica» che, al di là dei buoni propositi, non intende tagliare i legami con il suo passato comunista (la Forza Armata Rivoluzionaria Colombiana). Parimenti, non vuole combattere seriamente il narcotraffico, al quale viene persino associato Petro, presentato come sostenuto dai principali cartelli, sulla scia delle accuse mossegli da Trump.
«El Tigre» – come ama definirsi in ragione della sua campagna elettorale caratterizzata da slogan di lotta senza quartiere alla corruzione politica e al narcotraffico, accompagnati da ruggiti in sottofondo – ha nel presidente di El Salvador, Nayib Bukele, uno dei suoi modelli di riferimento anche nel look, laddove difende l’offensiva militare contro il narcotraffico e la costruzione di mega prigioni.
Ed è proprio su questi elementi che «El Tigre» ha costruito la sua idea di «Patria», conservatrice e autoritaria nell’organizzazione sociale, neoliberale in economia. Una proposta che ha fatto leva sull’esigenza di sicurezza, un tema caro alla destra tradizionale liberalconservatrice (Uribe), delle élite e della grande borghesia, affiancato da un efficace discorso di mobilitazione delle classi popolari, alle quali si promette la meritocrazia, della quale lui è un esempio, in quanto «non ha mai rubato denaro pubblico», per costruire la sua carriera di imprenditore di successo.
Una miscela di temi tradizionali e di temi nuovi, sostenuta da Donald Trump e degli altri leader della destra, che governa la maggioranza dei paesi sudamericani.
L’obiettivo è avere un continente americano guidato dalla rete delle destre. In questa prospettiva, una partita decisiva si giocherà con le elezioni in Brasile. Lula parte favorito, ma si prevede una competizione molto aspra.




