Opinioni

La diplomazia del revolver, Erdogan si allinea a Trump

All’ultimo vertice Nato di Ankara il presidente turco ha regalato ai leader dell’Alleanza atlantica una Gumasay 357 Magnum d’epoca e delle munizioni
Il presidente turco Erdogan durante il meeting Nato di Ankara - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente turco Erdogan durante il meeting Nato di Ankara - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

C’era una volta la diplomazia felpata dei cerimoniali e dei doni simbolici, che incarnavano lo spirito delle varie nazioni. Quella dei vasi di porcellana di Sèvres, dei manoscritti miniati, dei rami d’ulivo d’argento e delle cravatte di seta. O, di recente, dello sciroppo d’acero del premier canadese Mark Carney. Un codice intessuto di segnali di amicizia, bon ton e buone maniere, come – giustappunto – da galateo istituzionale delle relazioni diplomatiche.

Poi, proprio in questi giorni, è arrivato il vertice Nato di Ankara e, con esso, una transizione definitiva – immateriale e, al tempo stesso, molto «materica» – dal soft power all’hard power anche in materia di «cortesie per gli ospiti» stranieri. Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, con la sua postura politica che oscilla fra il revanscismo neo-ottomano e il pragmatismo più assoluto, ha deciso che l’omaggio di commiato per i leader dell’Alleanza Atlantica dovesse essere un revolver Gumusay 357 Magnum d’epoca, personalizzato con il nome del destinatario e corredato da una «generosa» scatola di munizioni vere.

La pistola regalata da Erdogan ai leader Nato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La pistola regalata da Erdogan ai leader Nato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Una rivoltella da collezione, a sei colpi, che veniva prodotta nel corso degli anni Novanta dall’azienda turca Mke. E, nonostante fosse accompagnato da un permesso di esportazione, l’insolito e inusitato regalo ha generato una serie di surreali cortocircuiti burocratici nelle dogane europee – tra chi, come Keir Starmer o Friedrich Merz, ha preferito lasciare l’incomodo souvenir sul suolo turco e chi, come Giorgia Meloni, lo ha spedito nei depositi di Palazzo Chigi – e, soprattutto, grandi imbarazzi.

Il dono è interpretabile alla luce della volontà del «Sultano», il quale controlla il secondo esercito della Nato, di sponsorizzare un’industria bellica in crescita in vari ambiti, e che possiede uno dei propri punti di forza proprio nella produzione di armi semiautomatiche. Ma quella pistola regalata evoca anche, in maniera conclamata, un piano simbolico che va ad agire sull’immaginario collettivo. La potremmo considerare come il feticcio esemplare di una grammatica del potere che ha smesso di nascondere i propri basic instincts, e ha eletto l’estetica della minaccia a canone comunicativo globale.

Quella che nei gangster movies, tipicamente, si traduceva nella sequenza della tavolata con i partecipanti che estraevano i revolver dalle fondine e li mettevano in bella vista. Ecco, la scelta di Erdogan si inserisce perfettamente nel solco (profondo) scavato dallo sdoganamento globale della «politica del bullo», di cui Donald Trump rappresenta l’archetipo per antonomasia. Quello stile comunicativo che alcuni politologi definiscono come «iper-mascolinità tossica applicata alle relazioni internazionali» ha operato una sistematica distruzione dei tabù istituzionali.

Se il leader del mondo libero può deridere gli avversari e gli ex amici con epiteti da cortile, minacciare ritorsioni nucleari via social media e trasformare un atteggiamento minaccioso e ricattatorio nel proprio brand personale, perché gli autocrati e gli alfieri della «democratura» dovrebbero astenersi dal farlo?

La stretta di mano tra Trump e Erdogan - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
La stretta di mano tra Trump e Erdogan - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

Il regalo di Erdogan è la traduzione fisica del trumpismo nei protocolli internazionali: il passaggio dalle parole alle cose. Regalare una pistola con il nome inciso (e i proiettili inclusi) appare come l’estensione geopolitica della logica mafiosa del «rispetto», un mix di cameratismo e intimidazione. E, in questo scenario, la «diplomazia pop» e del soft power e la public diplomacy – quelle che cercavano il consenso attraverso la simpatia, l’empatia, l’esibizione di passioni comuni e i simboli della cultura – devono tristemente cedere il passo alla logica della forza bruta.

Esattamente quello che avviene, purtroppo, nelle relazioni internazionali sempre di più, giorno dopo giorno. E le reazioni dei leader occidentali di fronte al cofanetto d’acciaio con la polvere da sparo restituiscono molto fedelmente la fotografia del nostro smarrimento generale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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