Cina, l’era dell’ambiguità politico-economica è finita

Se le tensioni sul fronte ucraino dovessero intensificarsi, la Cina si troverebbe davanti a una scelta non più rinviabile
Il presidente Xi Jinping - Foto Epa/Mark. R. Cristiano
Il presidente Xi Jinping - Foto Epa/Mark. R. Cristiano
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La Cina si muove oggi su un crinale sempre più stretto, sospesa tra un partenariato strategico con la Russia che rischia di diventare un vincolo e una nuova stagione di pressione economica proveniente dagli Usa. L’invasione russa dell’Ucraina, la rielezione di Trump, le tensioni commerciali e tecnologiche, e un progressivo irrigidimento del fronte occidentale hanno trasformato il contesto internazionale in cui la leadership cinese aveva costruito la propria politica di «equilibrismo strategico».

Ciò che un tempo appariva come una raffinata forma di ambivalenza funzionale – giocare su più tavoli, sfruttare le fratture dell’Occidente, evitare scelte binarie – oggi rischia di trasformarsi in una zavorra diplomatica e in una trappola economica. La recente visita del ministro degli Esteri russo Lavrov a Pechino ha confermato una linea di continuità nel dialogo strategico tra le due potenze. I toni sono stati calibrati, prudenti, ma inequivocabili: la Cina e la Russia intendono presentarsi come forze revisioniste convergenti, impegnate a ridisegnare l’architettura dell’ordine globale, senza tuttavia formalizzare alleanze militari o annunciare iniziative comuni nel teatro ucraino.

I ministri degli esteri di Russia e Cina, Sergey Lavrov e Wang Yi, nel loro recente incontro a Pechino - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
I ministri degli esteri di Russia e Cina, Sergey Lavrov e Wang Yi, nel loro recente incontro a Pechino - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

Pechino mantiene la sua posizione ambigua: si oppone alle sanzioni occidentali, sostiene la narrativa russa sulla responsabilità della Nato nel conflitto, ma evita ogni gesto che possa ricondurre a un coinvolgimento diretto o al riconoscimento delle annessioni territoriali. Una postura che fino a poco tempo fa garantiva flessibilità e spazi di manovra, ma che oggi si espone a crescenti rischi, soprattutto sul fronte europeo. Il timore che la Cina stia rafforzando, anche indirettamente, la macchina bellica russa ha portato Bruxelles ad aprire il dibattito su possibili sanzioni secondarie, un’opzione che solo un anno fa sembrava impensabile. A questa pressione diplomatica si è aggiunta, con maggiore intensità e imprevedibilità, quella commerciale. Con l’inizio del secondo mandato di Donald Trump, la politica economica statunitense verso Pechino ha abbandonato ogni residuo intento di contenimento «gestito» per tornare alla logica della minaccia tariffaria esplicita.

La sospensione temporanea ordinata agli inizi di luglio di nuovi pesantissimi dazi, interpretata da molti come tattica negoziale, ha permesso a Washington di esercitare ulteriore pressione su Pechino per ottenere concessioni commerciali, senza scatenare immediatamente una crisi nei flussi di approvvigionamento. Nel frattempo, l’economia cinese ha reagito con un impulso artificiale: le esportazioni di giugno sono cresciute del 5,8% su base annua, grazie all’anticipazione delle consegne in previsione di tariffe più alte, mentre il surplus commerciale ha toccato quota 114,7 miliardi di dollari. Ma questi segnali non vanno letti come indice di vitalità strutturale.

Il Cina la domanda interna resta debole - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il Cina la domanda interna resta debole - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La domanda interna resta debole, la disoccupazione giovanile supera il 15%, e il settore immobiliare è in affanno. Anche la fiducia degli investitori stranieri resta incerta: l’ultimo bollettino del Ministero del Commercio indica che i flussi di investimenti diretti esteri nel primo semestre 2025 rimangono sotto la media pre-pandemica, con il capitale effettivamente utilizzato ancora in calo annuo, secondo dati parziali ufficiali. Questa debolezza interna si riflette anche nella strategia internazionale. La Cina ha intensificato i contatti con il Sud globale, rafforzando la diplomazia nei forum Brics e Sco, moltiplicando le missioni in Africa, Medio Oriente e America Latina, e offrendo una narrativa alternativa a quella occidentale. Ma il potenziale di attrazione è limitato.

L’ambiguità sul conflitto ucraino, la percezione di complicità con Mosca e le persistenti ombre sul trattamento delle minoranze – in particolare quella uigura – minano la credibilità cinese presso numerosi partner del Sud globale, che pur diffidando dell’Occidente non intendono subordinarsi a Pechino. Nel frattempo, l’Europa ha mostrato una crescente convergenza con Washington su vari fronti – dalla sicurezza tecnologica alla regolazione del commercio digitale – pur continuando a rivendicare una propria autonomia strategica. L’idea che Bruxelles potesse costituire un cuscinetto diplomatico o un contrappeso commerciale agli Stati Uniti appare oggi più debole, ma non del tutto superata. La Cina si trova dunque a confrontarsi con un Occidente in parte più coeso, ma ancora attraversato da logiche e priorità non sempre allineate.

La postura cinese, costruita negli anni su una raffinata ambivalenza, è sempre più difficile da sostenere. I tre presupposti su cui si reggeva – una Russia utile ma contenibile, un’America ostile ma razionale, un’Europa dipendente ma pragmatica – si sono incrinati. Oggi Mosca è sempre più costosa da sostenere; Trump ha riportato la coercizione economica al centro della politica estera statunitense; e Bruxelles ha perso parte dell’autonomia che un tempo offriva a Pechino margini di manovra.

Se le tensioni sul fronte ucraino dovessero intensificarsi, e se la tregua tariffaria americana si concludesse con un’escalation, la Cina si troverebbe davanti a una scelta non più rinviabile. Continuare a operare come potenza ambivalente rischia di diventare non solo inefficace, ma controproducente. L’alternativa – ridefinire in modo netto la propria collocazione strategica – è gravida di conseguenze, interne ed esterne, economiche e geopolitiche. Ma il tempo per guadagnare tempo sembra essersi esaurito. E per Pechino, l’illusione di poter restare sul crinale senza precipitare rischia di trasformarsi presto in una resa dei conti strategica.

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